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La mirra in grani è la resina magica dell’albero Commiphora myrrha che le streghe e gli operatori esoterici scelgono da sempre per la protezione, la purificazione dell’altare e il lavoro con i morti. Sono grani interi di resina scura e ambrata, colati dalla corteccia dei piccoli alberi spinosi del Corno d’Africa e raccolti a mano. Bruciati su un carboncino sprigionano un fumo denso, caldo e balsamico, dal fondo amaro, che da millenni accompagna l’incantesimo di protezione, la consacrazione e i lavori magici di ogni culto. Questa mirra magica è la gemella femminile dell’olibano: dove il primo porta la luce solare, lei porta il mistero, la profondità e la trasformazione. I grani interi, la parte più nobile del raccolto, rendono più della resina già ridotta in polvere e bruciano lenti e a lungo, con un aroma pieno e pulito. È la resina esoterica per antonomasia e chi pratica la conosce come la compagna scura e profonda di ogni fumigazione rituale. Alta qualità.
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Natura e utilizzo
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La mirra in grani è la gomma-resina essudata da Commiphora myrrha, piccolo albero spinoso proveniente dalla Somalia, Etiopia e Penisola arabica. Bruciata come incenso da millenni, è la resina femminile e acquatica della protezione e del lutto sacro, la gemella scura dell’olibano sugli antichi altari egizi.
L’elemento della mirra è l’Acqua, e su questo le fonti concordano: lo scrivono Scott Cunningham nella «Encyclopedia of Magical Herbs» (1985), Karen Harrison nel «Manuale di erboristeria alchemica» (2021) e Sandra Kynes nel «Llewellyn’s Complete Book of Correspondences» (2013), e con loro Aleister Crowley nel «Liber 777» (1909) e Stephen Skinner nel «Complete Magician’s Tables» (2006); il Kynes vi affianca anche l’Aria, per la natura ascendente del fumo. All’Acqua corrisponde l’Occidente, secondo l’antico schema degli elementi. Il genere della resina è femminile, come segnano concordi Cunningham e il Kynes. Sul pianeta, invece, le tradizioni si dividono come poche altre. Molti pongono la mirra sotto la Luna, resina notturna e femminile: così Cunningham, il Kynes ed Ellen Dugan in «Herb Magic for Beginners» (2006). Alcune tradizioni magiche, invece, la legano a Saturno, il pianeta che conserva e imbalsama: la Harrison, Marsilio Ficino nel «De vita» (1489), il «Picatrix» (ed. 2009) e Thomas Karlsson in «Qabalah, Qliphoth and Goetic Magic» (2004); la stessa Harrison vi aggiunge Plutone, signore della morte e della trasformazione. Il Kynes cita pure Giove, mentre il Ficino e lo Skinner ricordano una lettura solare, per la preziosità della gomma pari all’oro e all’incenso.
I segni più affini alla mirra sono d’acqua e di trasformazione: il Kynes, nel «Llewellyn’s Complete Book of Correspondences» (2013), la lega al Cancro, allo Scorpione e all’Acquario. Alcune tradizioni magiche, invece, la assegnano all’Ariete: così Cornelio Agrippa nei «Tre libri di filosofia occulta» (ed. Tyson, 1993), che tra i suffumigi dello zodiaco affida alla mirra proprio il segno del Montone.
Il giorno del lavoro con la mirra è il sabato, coerente con la sua natura saturnina, come indica il Kynes nel «Llewellyn’s Complete Book of Correspondences» (2013). Lo stesso autore la lega allo Yule, il solstizio d’inverno, la notte più lunga in cui si onorano i morti e si attende il ritorno della luce.
Le divinità della mirra sono femminili, solari e ctonie insieme. Cunningham, nella «Encyclopedia of Magical Herbs» (1985), la consacra a Iside, Adone e Ra; la Harrison, nel «Manuale di erboristeria alchemica» (2021), la dice sacra a Ecate, signora della magia e dei crocevia. Il Kynes (2013) allarga il corteo ad Afrodite, Cibele, Demetra, Giunone e Rea, mentre E. A. Wallis Budge, in «The Divine Origin of the Craft of the Herbalist» (1928), riporta il mito egizio per cui la mirra nasce dalle lacrime di Horus.
Sul piano sottile il Kynes (2013) assegna alla mirra i chakra della corona, della gola, del sacrale e della radice, i centri che uniscono la terra allo spirito. Nella magia cerimoniale della Golden Dawn la resina appartiene a Binah, la sfera saturnina e materna dell’albero della vita: così Aleister Crowley nel «Liber 777» (1909) e Stephen Skinner nel «Complete Magician’s Tables» (2006), che la dicono l’incenso del dolore e del lato oscuro e passivo di Binah.
Gli usi magici della mirra ruotano attorno alla protezione e al sacro. Cunningham (1985) la dice resina di protezione, esorcismo e spiritualità e di guarigione magica, e scrive che bruciata come incenso purifica il luogo, ne alza le vibrazioni e vi porta pace; la Harrison (2021) conferma che protegge e apre la connessione con lo spirito, e che arde bene nel raccoglimento magico sulla morte e la trasformazione. Judy Ann Nock, in «The Modern Witchcraft Guide to Magickal Herbs» (2019), la dice sacra ai morti e ottima per purificare un grande spazio prima del rituale o dell’incantesimo. Per Éliphas Lévi, in «Transcendental Magic» (1896), la mirra è immagine della morte e dell’oscurità: è la resina del lutto sacro e del lavoro con l’invisibile.
La mirra si sposa da sempre con l’olibano, la resina solare con cui condivide gli antichi altari e l’offerta dei Magi: insieme uniscono la luce e il mistero, il maschile solare e il femminile lunare. Sul carboncino si accostano bene anche il benzoino e il sandalo, che addolciscono e allungano il fumo nelle miscele di consacrazione. Per il colore rituale si accende una candela argentata per la sua Luna o nera per il suo Saturno, secondo l’intento del lavoro.
“La mirra protegge e porta sacralità e connessione allo spirito”, Karen Harrison, Manuale di erboristeria alchemica
La mirra in grani si brucia su un carboncino ardente, dentro un incensiere con sabbia o cenere che protegga il piano dell’altare. Si accende il carboncino, si attende che si copra di cenere grigia, poi si depone un grano alla volta: la resina fonde e libera un fumo denso e balsamico. I grani interi rendono più della polvere e bruciano lenti. Per la consacrazione si passa lo strumento o l’amuleto nel fumo; per la purificazione si affumica la stanza lungo le pareti e negli angoli. Lavora in un ambiente ventilato: il fumo di resina è denso. Non si ingerisce: si brucia soltanto.
Il momento d’elezione è il sabato, giorno di Saturno cui la mirra si accorda. Nella ruota dell’anno il suo Sabba è lo Yule, la notte più lunga in cui si onorano i morti e si attende il ritorno della luce. Accendila prima di un incantesimo di protezione o di consacrazione, per purificare l’altare e la casa, nel lavoro con i morti e con gli antenati, o quando serve raccogliersi in un lavoro interiore profondo. Orienta il braciere a Ovest, il punto cardinale della sua Acqua.
È la resina di chi pratica la magia della protezione e del sacro: l’operatore che consacra strumenti e apre spazi rituali, la strega che lavora con i morti, gli antenati e le divinità ctonie, chi cerca una resina femminile e profonda da affiancare all’olibano solare. Si rivolge a chi vuole grani interi, dalla resa piena e dall’aroma balsamico, e non la polvere fine. È l’incenso del lutto sacro e della consacrazione.
Protegge, purifica e consacra. Nella tradizione magica la mirra in grani si brucia come incenso per alzare le vibrazioni di un luogo, scacciare le energie ostili, consacrare strumenti e altare e accompagnare il lavoro con i morti e la spiritualità. È una resina femminile e acquatica, gemella dell’olibano sugli antichi altari egizi.
Su un carboncino ardente. Si accende un carboncino da incenso in un braciere con sabbia, si attende che sia coperto di cenere e si depone un grano alla volta. La resina fonde e libera il suo fumo balsamico. Serve solo il calore del carboncino a lavorarla, mai la fiamma diretta. Tieni la stanza ventilata.
Sono due resine complementari. L’olibano è solare, luminoso e ascendente, resina della luce e della crescita spirituale; la mirra è femminile, acquatica e profonda, legata alla protezione, al lutto sacro e alla trasformazione. Sugli antichi altari egizi bruciavano insieme, e insieme uniscono il maschile solare al femminile lunare.
Dal Corno d’Africa. La mirra è la gomma-resina essudata dai piccoli alberi spinosi di Commiphora myrrha, che crescono in Somalia, Etiopia e nella Penisola arabica. I grani nascono dalle incisioni nella corteccia: la resina cola e indurisce all’aria, formando le lacrime scure e ambrate che si bruciano sul carboncino.
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