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Il significato di Samhain: il capodanno delle streghe e la notte degli antenati

Ultimo aggiornamento e revisione:

Il significato di Samhain sta tutto nel suo nome gaelico: “fine dell’estate”, la notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre in cui per i Celti moriva l’anno vecchio e cominciava quello nuovo. È il capodanno delle streghe, il più solenne degli otto Sabba, la festa degli antenati e del terzo raccolto. In questa notte, insegna la tradizione, il confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottiglia: i defunti tornano a scaldarsi al focolare di casa, e la divinazione acquista una forza che nessun’altra data del calendario conosce. Qui trovi la storia della festa, le sue divinità oscure, l’altare degli antenati, la cena muta, i giochi divinatori delle mele e delle nocciole, le erbe e i colori giusti, e il filo che lega Samhain al suo erede popolare, Halloween.

Indice dei Contenuti

Il significato di Samhain e la data della festa

Samhain significa “fine dell’estate” e segna l’ingresso nella metà oscura dell’anno. Doreen Valiente, una delle madri della stregoneria moderna, lo dice senza giri di parole nel suo Charge of the Goddess (2000): Halloween, “o Samhain, come le streghe preferiscono chiamarlo”, è l’antica festa celtica del fuoco legata all’Altro Mondo, quando gli spiriti e i morti vanno per le strade, e il nome vale proprio “fine dell’estate”, con l’anno nuovo che comincia il 1 novembre. La festa apre la stagione del buio, e per questo il suo posto nel calendario conta quanto il suo nome.

Da dove viene il nome?

Sull’origine ultima della parola le fonti offrono più strade, e le riportiamo tutte. Edain McCoy, in Celtic Women’s Spirituality (1998), ne elenca tre: la più remota fa derivare il nome da Samana, un dio della morte di stirpe aria; la seconda lo lega al gaelico irlandese per “fine dell’estate”, che resta la lettura più diffusa; la terza ipotizza un senso originario di “uno insieme”, l’eco della notte in cui vivi e morti si ritrovano nello stesso luogo. Silver RavenWolf, nel suo Halloween (1999), scompone il termine in “Sam” più “Fuin”, ancora “fine dell’estate”. C’è poi la pista filologica antica: John Gregorson Campbell, folklorista delle Highlands, in Witchcraft and Second Sight in the Highlands and Islands of Scotland (1902) ricorda che i vecchi glossari facevano risalire “samhradh”, l’estate gaelica, a “samh”, il sole. Nessuna delle piste è provata oltre ogni dubbio. La lingua, qui, custodisce il mistero della festa.

Come si pronuncia Samhain?

Samhain non si pronuncia come si scrive. Doreen Valiente indica la resa “Sow-In”, che in italiano suona all’incirca “sàu-in”; l’Encyclopedia of Witchcraft curata da Richard M. Golden (2006) registra la pronuncia “SOW-an”, “sàu-an”. Le due rese convivono nelle isole britanniche, e chi pratica le usa entrambe senza farne una questione di fede. Il punto fermo è uno solo: nella fonetica gaelica il gruppo “mh” suona come una “u”, così chi legge “sam-àin” all’italiana sta pronunciando un’altra parola. Dirlo bene è già un piccolo gesto di rispetto verso la tradizione che questa notte custodisce.

Quando si celebra: dal tramonto del 31 ottobre

La festa si accende al tramonto del 31 ottobre e vive fino al 1 novembre, perché per i Celti il giorno cominciava con il buio. Janet e Stewart Farrar, in A Witches’ Bible (1981), ricordano che la vigilia del 1 novembre apre l’inverno celtico e fa da controparte oscura alla vigilia di maggio. Nell’emisfero australe le stagioni corrono al contrario: Oberon Zell-Ravenheart, in Grimoire for the Apprentice Wizard (2004), spiega che a sud dell’equatore le date della ruota si ribaltano di sei mesi, così chi pratica laggiù celebra Samhain quando da noi fiorisce Beltane. La notte resta la stessa: quella in cui l’anno tocca il fondo e riparte.

Samhain in breve Dato
Data (emisfero nord) Dal tramonto del 31 ottobre al 1 novembre
Data (emisfero sud) Spostata di sei mesi, verso fine aprile
Significato del nome “Fine dell’estate” (gaelico)
Funzione nella ruota Capodanno celtico e delle streghe
Temi della notte Antenati, terzo raccolto, divinazione
Erede popolare Halloween, vigilia di Ognissanti

Samhain è un dio o un demone? L’equivoco da sciogliere

Samhain è il nome della festa, e nessun dio o demone celtico l’ha mai portato. L’equivoco ha radici precise. Silver RavenWolf, in Halloween (1999), ricostruisce il malinteso: i primi cristiani, vedendo i contadini onorare i morti in quella notte, scambiarono la parola “Samhain” per la storpiatura del nome di una divinità biblica, Samuel, dal semitico Sammael. Da lì l’idea, dura a morire, di un “signore della morte” chiamato Samhain. La cultura popolare moderna ha poi fatto il resto, trasformando l’equivoco in demoni da cartone animato e da film dell’orrore. Le fonti antiche raccontano altro: una festa del raccolto e degli antenati, con i suoi fuochi e le sue offerte. Chi ti parla del “demone Samhain” sta citando la televisione.

Le radici celtiche del capodanno della stregoneria

Per i Celti l’anno si divideva in due metà, e quella oscura veniva per prima. Doreen Valiente, in Witchcraft for Tomorrow (1978), ricorda che la vigilia di maggio e la vigilia di novembre spartivano l’anno in una metà estiva e in una invernale, e che per questo le due notti pesavano più di ogni altra. James George Frazer, nel Ramo d’oro (ed. 1922), osserva che le due grandi feste celtiche del fuoco, Beltane e Halloween, si somigliano nel modo di celebrarle e nelle credenze che le accompagnano, e che entrambe tradiscono un’origine remota e interamente pagana. Il capodanno cadeva nel buio, e da quella scelta discende tutto il carattere della festa.

Le quattro feste del fuoco

Samhain apparteneva al quartetto delle feste del fuoco, con Imbolc, Beltane e Lughnasadh. Gerald Gardner, il padre della Wicca, in The Meaning of Witchcraft (1959) elenca le quattro grandi feste del culto: Halloween, la vigilia di maggio, Lammas e Candelora, e annota che, trattandosi di un culto lunare, si celebra sempre la notte prima del giorno. Doreen Valiente conferma la stessa quaterna in Witchcraft for Tomorrow (1978): i quattro Sabba maggiori sono Candelora, la vigilia di maggio, Lammas e Hallowe’en, ai quali si aggiungono equinozi e solstizi come Sabba minori. Fra gli otto raggi della ruota, Samhain tiene il posto d’onore.

Il terzo raccolto e la macellazione

Prima di essere la festa dei morti, Samhain fu una festa contadina, l’ultimo dei tre raccolti. I Farrar, in A Witches’ Bible (1981), descrivono il momento dei conti: il bestiame che non avrebbe superato l’inverno veniva macellato e la carne salata, l’unico modo allora per conservarla; da quel gesto, annotano, viene forse anche l’uso magico del sale come presidio contro il male psichico e spirituale. Scott Cunningham, in Wicca in the Kitchen (2002), disegna la stessa scena dal lato della tavola: mele mature, noci che cadono, radici da cantina, vino speziato e sidro, la terra che si prepara al gelo. Il raccolto chiudeva i granai, la festa apriva l’inverno.

L’anno che comincia nel buio

Il cuore del capodanno celtico sta in una frase dei Farrar che merita di essere letta per intero.

«…La vigilia del 1 novembre, quando comincia l’inverno celtico, è la controparte oscura della vigilia di maggio che saluta l’estate. Di più: il 1 novembre era per i Celti l’inizio dell’anno stesso, e la festa di Samhain era la loro notte di capodanno, il momento misterioso che non apparteneva né al passato né al presente, né a questo mondo né all’altro…», Janet e Stewart Farrar, A Witches’ Bible (1981)

La stregoneria moderna ha raccolto questa eredità per intero. Raymond Buckland, in Buckland’s Complete Book of Witchcraft (1986), mette in bocca al suo rituale di Samhain la formula del passaggio: “l’anno vecchio finisce, l’anno nuovo comincia, la ruota gira e gira ancora”. E l’Encyclopedia of Witchcraft di Richard M. Golden (2006) certifica che i neopagani contemporanei hanno fatto di Samhain il loro capodanno spirituale, forse il più importante degli otto Sabba del calendario pagano. Un primato antico e insieme vivo, che poche feste possono vantare.

Samhain nella Ruota dell’Anno

Sulla Ruota dell’Anno con i suoi otto Sabba, Samhain occupa il punto più basso e più fecondo: la fine e l’inizio insieme. Cade sei mesi esatti dopo Beltane, il polo opposto della ruota: dove la notte di maggio apre la metà luminosa e celebra la vita che esplode, Samhain apre quella oscura e onora la morte che fa spazio. Frazer nota che le due vigilie si somigliano più di quanto sembri, gemelle di fuoco ai due capi dell’anno.

Nella sequenza delle stagioni, Samhain segue l’equinozio d’autunno di Mabon, il secondo raccolto, e precede il solstizio d’inverno di Yule, quando il Sole rinasce. È l’ultima porta prima del gelo. I suoi temi sono il bilancio, il commiato e la quiete: a Samhain si raccoglie ciò che resta, si ringrazia, e si lascia andare il resto al suo riposo.

I fuochi sacri: Tlachtga, i falò e il need-fire

Il fuoco è il filo che lega Samhain alle sue radici. Frazer dedica ai falò di Hallowe’en un intero capitolo del Ramo d’oro: colline coronate di fiamme, cenere sparsa nei campi, il fuoco comune riacceso di casa in casa. In quelle fiamme l’anno vecchio bruciava davvero, e la comunità intera si scaldava a un unico focolare.

La leggenda di Tlachtga

La più celebre delle tradizioni irlandesi la riporta Silver RavenWolf in Halloween (1999): le leggende narrano che a Samhain tutti i focolari d’Irlanda venivano spenti e poi riaccesi da un unico fuoco centrale, custodito dai Druidi a Tlachtga, una dozzina di miglia dalla collina reale di Tara. Un fuoco di quel tipo si chiama need-fire, “fuoco di necessità”. Frazer descrive il gesto tecnico che lo generava: il tein-eigin scozzese, la fiamma nuova cavata dallo sfregamento del legno dopo che ogni altro fuoco del paese era stato spento con cura. Il senso del gesto è limpido: l’anno vecchio muore in ogni casa, e dal buio comune rinasce la fiamma di tutti.

I falò delle isole britanniche

Le braci di quella usanza sono rimaste accese a lungo. Ruth Edna Kelley, nel suo The Book of Hallowe’en (1919), il primo studio dedicato alla storia della festa, registra che in Scozia i fuochi della vigilia di novembre continuarono per secoli: a Buchan, dove stava “la fonte d’altare” del fuoco di Samhain, i falò sulle colline arrivarono al Settecento, e nel Moray l’idea dei fuochi di ringraziamento per il raccolto resse fino al 1866. I Farrar aggiungono i nomi locali: Samhnagan in Scozia, Coel Coeth in Galles, roghi costruiti per giorni sulle alture accanto alle case, sopravvissuti nell’Isola di Man fin quasi alla memoria dei viventi. Ogni collina aveva il suo falò, che teneva il buio alla giusta distanza.

La notte in cui i due mondi si toccano

Nella notte di Samhain il confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti si fa sottile, e i defunti possono tornare per una notte fra i loro cari. L’Encyclopedia of Witchcraft di Golden (2006) descrive Samhain come il tempo in cui si credeva che i confini fra il mondo materiale e quello soprannaturale cedessero, il momento giusto per comunicare con i morti prima dei mesi magri dell’inverno. La stregoneria moderna vive questa credenza come il cuore della festa. E le sue parole più belle stanno in un rituale.

La crepa del tempo

Nel rituale di Samhain di Raymond Buckland, uno dei coveners pronuncia una formula che riassume tutta la notte.

«…Siamo alla crepa del tempo, perché questo giorno non appartiene né all’anno vecchio né a quello nuovo. E come non c’è distinzione fra gli anni, così non c’è distinzione fra i mondi. Coloro che abbiamo conosciuto e amato, nelle età passate, sono liberi di tornare da noi qui, in questo luogo d’incontro…», Raymond Buckland, Buckland’s Complete Book of Witchcraft (1986)

Il capodanno è un tempo fuori dal tempo. L’ordine dell’anno si scioglie prima di ricomporsi, e in quella sospensione i due mondi si parlano. Per i Celti il tempo era un cerchio, e Samhain il punto in cui il cerchio si apre: da lì, insegnano le fonti, si può guardare in ogni direzione, verso i morti e verso il futuro. Le due anime della festa, il culto degli antenati e la divinazione, nascono dallo stesso varco.

Amenti e il castello di Arianrhod

I Farrar hanno dato a questa credenza una geografia rituale precisa. Nel loro cerimoniale di Samhain, la sacerdotessa dichiara che l’ovest è Amenti, la terra dei morti dove i cari defunti riposano e si rinnovano, e chiama la congrega a dare il benvenuto agli spiriti presso il cancello occidentale; la formula, annotano gli autori, è di Gerald Gardner. Poi la giovane officiante, la Maiden, guida le anime in una spirale antioraria verso il centro del cerchio, perché il cammino che porta a Caer Arianrhod, il castello della Signora della Ruota d’Argento dove le anime riposano, va contro il corso del sole. Il ritorno avviene in senso orario, la via della vita. È teatro sacro nel senso più alto: i gesti dicono ciò che le parole faticano a tenere.

L’invito che lascia liberi

Su un punto le fonti wiccane parlano con una voce sola: gli antenati si accolgono con un invito, e l’invito lascia liberi. Edain McCoy, descrivendo il cerchio delle tradizioni celtiche, è netta: gli spiriti amici si invitano, e il comando resta fuori dal cerchio; la stessa autrice ricorda che invitare gli antenati è pratica comune soprattutto nei giorni oscuri fra Samhain e Imbolc, quando il varco fra le dimensioni tocca il suo punto più sottile. Nel rituale di Buckland la congrega “chiama” gli antenati e li “invita” a condividere la gioia della festa. Il tono resta quello dell’ospitalità: chi torna, torna per amore, e se ne va quando vuole.

Il mito della Ruota: la morte del Dio e la discesa della Dea

Nel mito wiccano della Ruota dell’Anno, Samhain è il capitolo della morte del Dio. Scott Cunningham, in Living Wicca (1993), fissa i temi degli otto Sabba e assegna a Samhain quello finale: la morte del Dio, mentre la festa onora i defunti alla fine dell’estate. Il seme della luce, però, è già custodito nel buio: a Yule il Dio rinascerà dal grembo della Dea, e la ruota ricomincerà a girare. La morte, in questo racconto, è una porta che si attraversa nei due sensi.

La Vecchia e il calderone

Il volto divino di Samhain è la Vecchia, la Crone. Edain McCoy la mette al centro della festa come Dea e antenata suprema, e racconta il mito con parole che meritano il verbatim.

«…Samhain è la notte in cui il vecchio Dio, suo figlio e amante, muore, e lei entra in lutto per lui finché non riesce a trasformarsi nella vergine che gli darà nuova nascita. L’immagine di lei come megera di Halloween che rimesta il suo calderone ribollente viene dalla credenza celtica che tutte le anime dei morti tornino, come il Dio, al suo calderone di vita, morte e rinascita, in attesa di reincarnarsi…», Edain McCoy, Celtic Women’s Spirituality (1998)

La strega di Halloween con il pentolone, insomma, è la memoria sbiadita di una Dea. Il suo calderone è grembo e tomba insieme, il luogo dove ogni fine fermenta in un nuovo inizio. Chi pratica, in questa notte, onora proprio quel passaggio.

Il lutto della Vecchia dura tutta la stagione oscura. Edain McCoy annota che il capodanno scozzese di Hogmanay portava un tempo il nome di Hagmenai, “luna della Vecchia”, e onorava la dea anziana nel cuore dell’inverno, ancora in lutto per il suo Dio perduto. Judy Ann Nock, in The Provenance Press Guide to the Wiccan Year (2007), costruisce attorno a questo volto la sua veglia interiore di Samhain: nel buio compare una donna dai capelli lunghi e bianchi, il viso inciso dalle storie di mille vite, la nonna cosmica accanto al suo calderone che brilla piano. Davanti a lei si ripassa la propria vita, da fanciulla a madre a Vecchia, e si riconosce di essere già morti e rinati molte volte in un’esistenza sola. La veglia si chiude con un calore sulle spalle: nel lutto della Dea, insegna Nock, abita anche un conforto antico.

La leggenda della discesa

Accanto al lutto della Vecchia, la tradizione gardneriana lega a Samhain la leggenda della discesa della Dea nell’Altro Mondo. Nel Book of Shadows di Gerald Gardner la leggenda si legge o si recita con i ruoli assegnati: la Dea depone collana e gioielli, viene velata e si presenta ai cancelli del regno della morte, dove il Guardiano dei Portali la sfida a spogliarsi di ogni ornamento, “perché nulla si porta con sé in questa terra”. Raymond Buckland riporta il mito nella sua forma gardneriana e sassone: la Dea vuole sciogliere tutti i misteri, anche il mistero della morte, e per questo scende nelle Terre di Sotto. I Farrar, in A Witches’ Bible, ne fanno una recita rituale con Narratore, Dea, Signore dell’Altro Mondo e Guardiano. Il Signore della morte le chiede amore. E dal loro incontro il mistero si scioglie: la morte custodisce la promessa del ritorno.

Le divinità della stagione oscura

A Samhain si onorano le divinità del passaggio e dell’oltretomba: la signora dei crocevia, la dea del calderone, la regina della guerra, il dio cornuto che apre i cancelli. Sono volti severi e giusti. Chi li avvicina in questa notte lo fa con rispetto, perché parlano la lingua della fine e del ritorno, la stessa che la festa mette al centro. Conoscerli per nome è il primo gesto del lavoro rituale.

Ecate, la signora dei crocevia

Ecate è la dea greca della magia, dei crocevia e dei morti, e la stagione oscura è il suo regno. Gerald Gardner, in The Meaning of Witchcraft (1959), riporta un’invocazione che la saluta come “dea nei cieli, dea sulla terra e Proserpina nell’inferno, madre delle ombre, regina suprema della schiera dei morti”, da implorare accendendo fuoco e incenso per tre notti. Già Oliver Madox Hueffer, in The Book of Witches (1908), tramandava l’antica invocazione alla dea “delle strade maestre e dei crocicchi, che cammina di notte, amica e compagna della notte, che si compiace del latrato dei cani e del sangue versato, che vaga fra le ombre e attorno alle tombe”. Anche la tradizione oscura contemporanea la chiama con gli stessi titoli: Michael W. Ford, in Luciferian Witchcraft (2005), la invoca come patrona dei crocevia e della tomba, la dea che va e viene nella notte con la torcia in mano. Tre secoli di fonti disegnano un solo ritratto, e a Samhain la sua torcia illumina la strada dei morti.

Alla corte di Ecate appartiene anche una figura minore e potente, cara a chi lavora con le offerte per i defunti. Lo stesso Ford, in Hecate and The Black Arts: Liber Necromantia (2022), adatta dall’inno orfico la chiamata a Melinoe, la “dea dalla mente oscura” delle offerte ai morti, velata di zafferano, sorta presso le acque del Cocito: a lei si rivolgono fumigazioni e libagioni perché guardi con favore i doni lasciati agli spiriti. È materia della linea oscura, e va maneggiata con la testa fredda. Su questo altare, come sempre, prima il rispetto e poi la curiosità.

Cerridwen e il calderone di Taliesin

Cerridwen è la dea gallese del calderone, e il suo mito è una storia di morte e rinascita perfetta per questa notte. La fonte più antica è fra le più autorevoli: Edward Davies, in The Mythology and Rites of the British Druids (1809), traduce l’Hanes Taliesin: Cerridwen prepara per il figlio un calderone di “acqua d’ispirazione e scienze”, che deve bollire un anno e un giorno finché tre gocce benedette ne distillino il dono. Le gocce cadono su Gwion, il servo che sorveglia il fuoco; la dea lo insegue attraverso le forme, lo divora e lo partorisce di nuovo: il bambino, dalla fronte radiosa, sarà Taliesin, il più grande bardo del Galles. George Stanley Faber, nel 1816, riporta la stessa vicenda con il calderone dell’ispirazione. Lo storico Ronald Hutton, in The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991), invita alla cautela: il nome Cerridwen significa forse “donna storta”, la figura pare creata per questo solo racconto, e furono i bardi medievali a trasformarla in musa del calderone ispiratore. Riportiamo entrambe le voci. Il mito resta, con la sua lezione: nel calderone della Dea si muore per rinascere sapienti.

La Morrigan e il Dagda

La Morrigan, la “Grande Regina”, è la dea irlandese della guerra e della morte, e il suo legame con Samhain viene dal mito. La studiosa Máire Herbert, nel volume collettivo The Concept of the Goddess (1996), analizza la scena: la dea lava presso un fiume, un piede su ciascuna riva, quando il Dagda, il “Dio Buono” e padre dei Túatha Dé Danann, si unisce a lei; dopo l’incontro, la Morrigan promette il suo aiuto nella battaglia che incombe. Christopher Penczak, in Sons of the Goddess (2005), colloca l’episodio alla vigilia di Samhain e descrive il tesoro del Dagda: il calderone dell’abbondanza chiamato Undry, “mai asciutto”, colmo di cibo senza fondo che però mai sazia un codardo o uno spergiuro. Sandra Kynes, nel suo Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), registra Samhain come celebrazione per uno dei volti della triplice dea irlandese, con la luna calante, il corvo e la cornacchia fra i suoi segni. Nozze regali al capodanno: il vecchio anno cede il passo, e la sovranità si rinnova.

Cernunnos, il signore cornuto

Il dio cornuto veglia sulla metà oscura dell’anno. Raymond Buckland ricorda che Cernunnos è semplicemente il latino per “il Cornuto”, il nome con cui tante linee della Wicca chiamano il Dio, e che la metà oscura dell’anno è tradizionalmente associata a lui. Jason Mankey, in The Horned God of the Witches (2021), scava nella sua iconografia più antica, il calderone di Gundestrup, e conclude che Cernunnos ebbe a che fare soprattutto con la morte e con l’Altro Mondo. Lo stesso Mankey racconta un rituale di Samhain in cui il dio si fa sentire accanto all’officiante.

«…In questa notte di Samhain apro i cancelli della morte, l’ingresso nel regno dello spirito… La mano sulla mia spalla guidava ogni mio gesto, e d’un tratto potevo sentire attorno a noi gli spiriti dei defunti amati dal mio gruppo… era Cernunnos, con le corna di cervo sul capo e il torque al collo, che riconduceva i morti ai vivi…», Jason Mankey, The Horned God of the Witches (2021)

A Samhain il Cornuto custodisce il passaggio. Le enciclopedie della stregoneria moderna, come quella di James R. Lewis (1999), lo confermano signore dei boschi e della caccia, legato alla morte e al mondo di sotto. Il suo regno comincia quando cadono le foglie.

L’altare degli antenati e i rituali della notte

Il lavoro rituale di Samhain ruota attorno agli antenati. Le fonti moderne convergono su un gesto semplice e potente: dedicare ai propri morti un altare, con le fotografie, le candele e i frutti della stagione. Judy Ann Nock, in The Provenance Press Guide to the Wiccan Year (2007), lo descrive così: adorna l’altare con le fotografie e i ricordi delle persone amate che sono morte, disponi mele e melagrane come offerta alla Dea, oscura la stanza e lasciala illuminare soltanto dalle candele. Bastano pochi oggetti giusti; il resto lo fa il raccoglimento.

Come si prepara l’altare

Ogni fonte aggiunge un dettaglio alla stessa scena. Silver RavenWolf, che agli altari ancestrali dedica un capitolo del suo Halloween (1999), ricorda che gli altari per i morti attraversano le culture, dal Giorno dei Morti messicano alle usanze celtiche, come punti focali di onore e memoria. Scott Cunningham, in Wicca (1988), fa disporre sull’altare di Samhain mele, melagrane, zucche e fiori d’autunno come calendule e crisantemi, gli stessi fiori che ancora portiamo ai defunti. Raymond Buckland, in Wicca for One (2004), aggiunge piccole zucche, rami, noci e frutta, e ricorda che la notte appartiene all’aspetto di Vecchia della Dea, la signora della divinazione. Clare Gogerty, in The Witch’s Yearbook (2021), suggerisce anche un teschio simbolico, foglie secche e un incenso di sangue di drago. La melagrana merita un cenno in più: Nock la lega apertamente a Persefone, “Fanciulla radiosa e Regina dell’Altro Mondo”, facendo benedire i suoi chicchi sul pentacolo dell’altare. Ogni oggetto è una parola, e l’altare intero è una frase sola, rivolta ai propri morti: siete ricordati, e attesi.

La cena muta

La cena muta è la pratica più toccante della notte. Si apparecchia un posto in più per i morti, e si mangia in silenzio. Silver RavenWolf ne descrive il protocollo con cura: gli ospiti possono fermarsi a un posto vuoto e pregare in silenzio, poi tutti i vivi si prendono per mano per la benedizione del pasto; chi ospita serve per primi i piatti vuoti dei defunti, cominciando dal capotavola, e poi i vivi in ordine di età; siccome nessuna parola circola a tavola, chi ospita si fa carico di ogni bisogno dei commensali. Edain McCoy la elenca fra i modi antichi di celebrare il Sabba: una cena consumata in silenzio totale, alla quale gli spiriti dei morti sono invitati. Quel silenzio che pesa è il linguaggio degli ospiti che non possono parlare.

Candele alle finestre e cibo per i morti

Due usanze irlandesi completano il quadro, e puoi riprenderle senza fatica. La prima la riporta McCoy: mettere candele alle finestre per illuminare il viaggio degli spiriti. La seconda la conferma Cunningham in Wicca in the Kitchen (2002): molti lasciano fuori dalla porta un piatto di cibo, nutrimento per le anime dei morti. In Living Wicca lo stesso Cunningham elenca fra i gesti tradizionali del Sabba lo scrutare il fumo e la fiamma, il chiamare i defunti e il lasciare cibo all’aperto dopo il rituale. Sono gesti minimi, quasi domestici, ed è proprio in quella misura che vive la loro forza.

Una cerimonia essenziale da soli

Per celebrare Samhain da soli bastano raccoglimento e ordine. La sequenza che segue cuce i gesti che le fonti wiccane ripetono da decenni, da Buckland a Cunningham a Nock. Adattala a te, con misura: la tradizione apprezza chi la conosce e la piega con giudizio.

  1. Purifica lo spazio con una fumigazione, per esempio di salvia, e lascia fuori dalla porta le tensioni della giornata.
  2. Allestisci l’altare degli antenati: panno scuro, candele, fotografie dei tuoi morti, mele e melagrane, un piccolo calderone, gli strumenti di divinazione accanto.
  3. Traccia il cerchio come la tua tradizione insegna e dichiaralo luogo d’incontro fra i mondi, come nella formula di Buckland sulla crepa del tempo.
  4. Chiama i quarti; nelle versioni celtiche si invocano le divinità della stagione: Cernunnos e Cerridwen, la Morrigan e il Dagda.
  5. Onora i defunti: pronuncia i loro nomi a voce alta, di’ che cosa ne custodisci, lascia per loro un’offerta di cibo o d’acqua.
  6. Interroga la notte con i tarocchi o lo specchio nero, senza fretta, annotando ciò che affiora.
  7. Chiudi, se vuoi, con il gesto che Buckland chiama Cakes and Ale, i dolci e il vino condivisi della tradizione; poi congeda i quarti e apri il cerchio.

Una raccomandazione vale più di ogni formula: gli ospiti si invitano, e la presenza va lasciata libera. Se senti che la notte tace, va bene così. Il rispetto è parte della cerimonia quanto la candela accesa, e gli antenati apprezzano la pazienza dei vivi.

Se la sera del 31 è impossibile

Un consiglio pratico viene dai Farrar, che di Sabba ne hanno officiati a centinaia. In molte zone la sera del 31 ottobre offre poca quiete: i bambini del dolcetto o scherzetto bussano, e un lavoro rituale serio si interrompe male. Se devi spostare la cerimonia, i Farrar riportano la regola di “Diana Demdike” dalla rivista Quest (1978): meglio tardi che presto, perché le maree magiche della terra partono dal punto esatto della festa, e chi anticipa lavora nel riflusso della marea precedente. Sposta la cerimonia di un giorno o due in avanti, con serenità. La notte giusta ti aspetta, e la ruota conosce i ritardi dei suoi figli.

La divinazione di Samhain: tarocchi, specchio nero e sortilegio

Samhain è la notte della divinazione più di ogni altra. Il motivo lo abbiamo visto: il capodanno è un tempo fuori dal tempo, e da quella sospensione si guarda lontano. Gerald Gardner, in The Meaning of Witchcraft (1959), cita sul punto le parole del druido Ross Nichols.

«…A Halloween il piccolo sole prendeva il posto del grande sole; il mondo di sotto cominciava a dominare il mondo di sopra, e si poteva vedere nel futuro…», Ross Nichols, citato da Gerald Gardner, The Meaning of Witchcraft (1959)

Se ami un mazzo di tarocchi, uno specchio nero o una sfera, questa è la sera per usarli. E se vuoi conoscere meglio gli strumenti, la nostra guida ai metodi di divinazione li passa in rassegna uno per uno, dal piccolo sortilegio domestico allo specchio da lavoro.

Il sortilegio e il Sinodo di Exeter

Pauline Campanelli, in Ancient Ways (1991), ricostruisce la storia che sta dietro ai giochi divinatori della notte. Fra le accuse rivolte alle streghe nei processi compariva spesso il “sortilegio”, il trarre le sorti: e sortilegio sono anche i tarocchi e le rune, dove il caso sceglie la carta o il segno. La stessa autrice ricorda che il Sinodo di Exeter, nel 1287, condannò, accanto alla divinazione e al sortilegio, l’evocazione “per spada e bacile”, cioè lo scrying, la lettura nella lama e nell’acqua: e “lama e coppa”, annota, sono proprio l’athame e il calice della Wicca. La condanna, a ben vedere, è una prova di diffusione. Già Heinrich Cornelius Agrippa, nel Libro III della sua Filosofia occulta, insegnava che chi opera con le sorti deve accostarsi con mente sgombra e intenzione ferma. Il gioco d’azzardo del destino ha regole antiche, e Samhain è la sua notte di gala.

Lo specchio, il fumo e la fiamma

Gli strumenti della notte sono quelli del buio. Cunningham elenca per Samhain lo scrying nel fumo, nella fiamma della candela e nel fuoco; Campanelli aggiunge lo specchio e il pettine, antichi segni della Dea, e osserva che pettinarsi davanti allo specchio rilassa lo sguardo e accompagna lo stato leggero di trance che la lettura richiede. Buckland affida la divinazione di Samhain all’aspetto di Vecchia della Dea, la nonna che conosce il filo delle storie. Comincia con una domanda sola: la notte preferisce chi non ha fretta.

Le mele, le nocciole e i giochi della notte

Sotto i giochi di Halloween batte un cuore divinatorio antico. Le mele e le nocciole del terzo raccolto erano gli oracoli dei poveri, e le veglie di Samhain li hanno tramandati fino a noi quasi intatti. Ogni gioco era una domanda al destino, quasi sempre una domanda d’amore.

La mela, frutto magico dei Celti

Richard Folkard, nel suo Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), scrive che i sacerdoti celti tenevano sacra la mela, il frutto magico sovrano delle storie gaeliche. E sempre Folkard registra i giochi della vigilia: in Scozia le mele si gettano in un tino d’acqua e si cerca di afferrarle con la bocca; la buccia, tolta in un’unica striscia e fatta girare tre volte attorno al capo col sole, si getta dietro le spalle per leggere a terra l’iniziale dell’amore che verrà; e nella Scozia delle Lowlands la fanciulla mangia una mela davanti allo specchio, da sola, per veder comparire il volto del futuro sposo dietro la propria spalla. Ruth Edna Kelley ricorda che nelle isole britanniche il 31 ottobre si chiamava anche Snap Apple Night, dalla mela appesa da addentare al volo. Dieci oracoli in un solo frutto: la regina della festa porta bene il suo titolo.

Nocciole, torte e colcannon

Le nocciole facevano coppia con le mele. Campanelli descrive il metodo delle innamorate: una nocciola per ogni pretendente, tutte arrostite insieme sul fuoco; la prima a saltare diceva il nome dello sposo, quella che scoppiava tradiva infedeltà, quella che ardeva con brace costante prometteva amore vero. Folkard conferma il nocciolo come legno sacro e mezzo prediletto delle divinazioni d’amore. Kelley aggiunge la torta di Hallowe’en all’americana, con anello, chiave, ditale, moneta e bottone cotti nell’impasto: a ciascuno il suo presagio, matrimonio, viaggio, zitellaggio, ricchezza o celibato. E Campanelli riporta l’usanza irlandese del colcannon di Samhain, il piatto di patate, pastinache e cipolle con dentro gli oggettini profetici: l’anello per le nozze, la bambolina per una nascita, la monetina per la fortuna. Giochi, certo, eppure con un piede ben piantato nell’arte di leggere il caso.

I giochi d’oltreoceano

Gli emigrati portarono i giochi in America, e l’America li rilanciò. Kelley cataloga le varianti locali: nel Massachusetts chi per primo affiora dal tino con la mela fra i denti sarà il primo a sposarsi; il Maine prese dalla Scozia la prova del gomitolo, lanciato nel granaio perché l’innamorato venga ad aiutare a riavvolgerlo; nel New Hampshire le ragazze bendate sceglievano fra tre piatti, con terra, acqua e anello, e il dito diceva vedovanza, viaggio o nozze. Silver RavenWolf aggiunge la cera: gocciolata calda in un calderone d’acqua, prende forme da leggere, la nave per il marinaio, la bara per il lutto. La tinozza di Samhain ha attraversato l’oceano senza smettere di rispondere alle stesse domande.

Erbe, cibi e colori di Samhain

Le corrispondenze di Samhain parlano la lingua del passaggio: erbe da divinazione, frutti del terzo raccolto, i colori del fuoco e della notte. Le riportiamo come le danno le fonti, ciascuna con la sua voce. Dove le voci divergono, lo diciamo. È così che si lavora con le corrispondenze: per tradizione, con la fonte accanto.

Le erbe della notte

Shannon Reilly, nel suo The Big Book of Correspondences (2008), elenca fra le erbe e i semi di Samhain la ghianda e la mela, la ginestra e il dittamo, la felce e il lino, la fumaria e l’erica, la mandragora e il verbasco, le foglie di quercia, la salvia e la paglia. Sul fronte della divinazione, Patti Wigington, in Herb Magic (2020), consiglia di tenere artemisia fresca accanto agli strumenti, un rametto di rosmarino a portata di mano quando si lavora con gli antenati e le guide, e cannella nell’incenso per accordare la lettura. Judy Ann Nock, in The Modern Witchcraft Guide to Magickal Herbs (2019), compone per Samhain una miscela di pimento, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata e cannella, da bruciare come incenso o da annodare in un telo nero con filo d’argento, offerta per gli antenati sull’altare; e ribadisce, di passaggio, che Samhain è il capodanno della strega. La fumigazione apre, l’artemisia affina, il rosmarino ricorda: la dispensa della strega, a fine ottobre, profuma di spezie.

I cibi del terzo raccolto

La tavola di Samhain viene dritta dalla cantina. Cunningham, in Wicca in the Kitchen (2002), elenca le radici della stagione, patate, barbabietole, rape e carote, e poi cereali, noci, vino speziato e sidro; la zucca regna sulla festa, e i semi di melagrana portano in tavola il segno della Dea che scende e risale. Il colcannon irlandese di Campanelli chiude il menu con il suo carico di presagi. Ogni boccone ha un senso rituale: si mangia ciò che la terra consegna prima di dormire, e qualcosa, sempre, si mette da parte per chi torna.

I colori: il nero, l’arancione e le voci divergenti

Sui colori della notte le fonti si dividono, e le riportiamo tutte. Reilly assegna a Samhain il nero e l’arancione, i colori che Halloween ha ereditato: il buio dell’Altro Mondo e il fuoco dei falò. Cunningham, in Living Wicca (1993), indica il rosso o il nero, con melagrane, zucche e mele fra i simboli. Kaatryn MacMorgan, in All One Wicca (2001), aggiunge il bruno delle foglie morte, colore d’autunno e di terra. Il nero mette tutti d’accordo; sul secondo colore scegli la tradizione che senti più tua, e dichiarala.

Ambito Affinità Fonte
Zodiaco Scorpione (23 ottobre – 21 novembre) Shannon Reilly, The Big Book of Correspondences, 2008, pp. 99-104
Colori Nero e arancione; rosso o nero; bruno Reilly 2008, pp. 99-104; Scott Cunningham, Living Wicca, 1993, pp. 114-115; Kaatryn MacMorgan, All One Wicca, 2001, pp. 191-192
Erbe e piante Ghianda, mela, ginestra, dittamo, felce, lino, fumaria, erica, mandragora, verbasco, foglie di quercia, salvia, paglia Reilly 2008, pp. 99-104
Erbe della divinazione Artemisia, rosmarino, cannella Patti Wigington, Herb Magic, 2020, pp. 217-218
Incenso e spezie Pimento, zenzero, chiodi di garofano, noce moscata, cannella; sangue di drago Judy Ann Nock, The Modern Witchcraft Guide to Magickal Herbs, 2019, pp. 323-324; Clare Gogerty, The Witch’s Yearbook, 2021, pp. 28-30
Animali Corvo, cervo, ariete, pipistrello, ragno Reilly 2008, pp. 99-104
Cibi Mela, zucca; radici, noci, sidro, vino speziato, melagrana Reilly 2008, pp. 99-104; Cunningham, Wicca in the Kitchen, 2002, pp. 51-55
Simboli Scheletro, teschio, bara, spaventapasseri, forcone, scopa, gargoyle Reilly 2008, pp. 99-104
Divinità della notte La Vecchia (Crone); un volto della triplice dea irlandese, con luna calante e corvo Edain McCoy, Celtic Women’s Spirituality, 1998, p. 206; Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences, 2013, pp. 779-782

Il popolo fatato e le schiere della notte

A Samhain viaggiano anche gli esseri fatati. Ruth Edna Kelley apre il suo capitolo scozzese con i versi di Yeats sulla schiera in corsa “fra la notte e il giorno”, i capelli fiammeggianti di Caolte e la chiamata di Niamh: “via, vieni via”. Il folklore scozzese custodisce storie più dure: J. Maxwell Wood, in Witchcraft and Superstitious Record in the South-Western District of Scotland (1911), riporta la vicenda della madre che alla vigilia di Ognissanti vede la casa riempirsi di piccole figure vestite di verde, e una voce che annuncia: “questa è la vigilia di Hallow. Siamo venuti per tuo figlio, e lui dobbiamo avere”. La tradizione oscura dà a queste presenze una genealogia precisa: Rosemary Ellen Guiley, nella sua Encyclopedia of Demons and Demonology (2009), registra fra le letture del popolo fatato quella che li vuole anime dei morti pagani, sospese fra cielo e terra, capaci in Irlanda di prendere forma di uccelli neri. McCoy aggiunge la banshee, la piagnitrice dell’Altro Mondo legata alle famiglie celtiche, con il suo regno di Tír na mBan, la Terra delle Donne dove le anime attendono la rinascita. In questa notte si lascia qualcosa anche a loro: ospitalità larga, e porte ben custodite.

Il folklore inglese conosce anche il cacciatore della notte. Gerald Gardner, in The Meaning of Witchcraft (1959), riprende da Christina Hole la tradizione di Herne il Cacciatore: l’apparizione cornuta che si mostra nel parco di Windsor con la sua banda spettrale prima delle grandi calamità, l’esempio britannico per eccellenza, scrive Gardner, del vecchio Dio delle streghe sopravvissuto nella leggenda. La schiera che corre nel vento d’autunno ha molti nomi e una sola voce: chi la sente passare, nelle notti attorno a Samhain, saluta e lascia correre.

Da Samhain a Halloween: la vigilia che ha cambiato nome

Halloween è il discendente popolare di Samhain, e il suo nome lo confessa: “All Hallows’ Eve”, la vigilia di Ognissanti. La differenza fra le due feste è di sostanza: Samhain è la notte sacra del capodanno celtico e dei morti, Halloween la sua versione laica, cresciuta fra dolci, maschere e lanterne. Sotto il travestimento batte ancora il cuore antico della notte sacra, per chi lo sa ascoltare.

Ognissanti e la cristianizzazione

Il passaggio ha date e nomi precisi. Ruth Edna Kelley ricostruisce la sequenza: la festa di Tutti i Santi fu proposta già nel quarto secolo, e nel 610 papa Bonifacio IV consacrò il Pantheon di Roma alla Vergine e a tutti i santi, fissando la ricorrenza in maggio; fu poi spostata al 1 novembre, sopra l’antica festa pagana, e così il festival autunnale dei Druidi divenne la vigilia di Ognissanti. Silver RavenWolf aggiunge il tassello del 2 novembre: la commemorazione dei defunti istituita alla fine del decimo secolo dall’abate Odilone di Cluny. L’Encyclopedia of Witchcraft di Golden registra anche la parentesi protestante: fra Cinquecento e Seicento la festa fu soppressa in Gran Bretagna, e il 31 ottobre si commemorava come “giorno della Riforma”. Tre strati in una sola notte: la festa li porta tutti, e non ne rinnega nessuno.

Le soul cakes e il dolcetto o scherzetto

I dolci dei morti sono il ponte fra le due feste. Kelley riporta il canto degli questuanti: “una soul-cake, una soul-cake; abbi pietà di tutte le anime cristiane per una soul-cake”, e racconta i poveri dello Staffordshire e dello Shropshire che giravano di porta in porta cantando per ottenere i dolci, promettendo preghiere per i defunti. McCoy lega le soul cakes alla festa: dolcetti fatti per nutrire gli spiriti erranti, distribuiti ai bambini che li chiedevano di casa in casa, una delle origini del nostro dolcetto o scherzetto. L’enciclopedia di Golden conferma la radice nel “souling” e nel “mumming”, le questue mascherate delle isole britanniche. Ogni caramella di Halloween discende da una preghiera, e ricordarlo, il 31 ottobre, rende il gesto più dolce.

La zucca di Jack

Anche la lanterna intagliata ha la sua genealogia. L’Encyclopedia of Witchcraft di Golden riporta la leggenda irlandese: Jack, il guardiano notturno troppo avaro per il paradiso e troppo briccone per l’inferno, condannato dal diavolo a vagare per il mondo con la sua lanterna. Silver RavenWolf smonta un equivoco da manuale: la zucca è un ortaggio americano, e la fatica di intagliare una rapa spiega perché la tradizione fiorì davvero solo oltre oceano; quanto ai volti incisi per spaventare il male, ricorda che i Celti antichi guardavano agli spiriti dei propri antenati con affetto, senza terrore. Pauline Campanelli osserva che fra tutte le decorazioni d’epoca la Jack-O-Lantern resta la regina della festa. La zucca sorride da un secolo appena, e la brace che porta dentro è molto più vecchia.

La lanterna consacrata ai morti

La stregoneria moderna ha restituito alla zucca il suo mestiere di lanterna per i defunti. Judy Ann Nock, in The Provenance Press Guide to the Wiccan Year (2007), descrive la consacrazione: si incide sulla candela il pentagramma invocante, la si veste con un filo d’olio essenziale, per esempio di pino o d’aglio nella loro funzione di guardiani, e con incenso in polvere; poi si lava la zucca con cura, si disegna un ottagono attorno al picciolo e si intaglia il coperchio, prima di aprire il volto che farà passare la luce. La candela consacrata, accesa dentro la zucca, diventa un piccolo faro: una benedizione parlata invita i propri cari a seguire quella luce gentile nel loro viaggio. La lanterna torna così al suo primo mestiere, fare strada a chi torna a casa.

Un’ultima usanza gentile: l’augurio. Chi pratica si scambia un “buon Samhain” o una benedizione della notte, come le tante che la tradizione mette in versi. Se vuoi augurare bene a qualcuno in questa notte, bastano parole semplici: che i tuoi antenati ti accompagnino, che il tuo anno nuovo cominci nel calore del focolare. La formula perfetta è quella detta col cuore.

Samhain resta la festa più amata da chi pratica, e la più fraintesa da chi guarda da fuori. È il capodanno delle streghe, la notte degli antenati, il varco della divinazione: l’inizio di ogni giro della ruota delle feste pagane. Quando accendi una candela per i tuoi morti, il 31 ottobre, stai ripetendo il gesto dei focolari d’Irlanda: spegnere il vecchio, accogliere il nuovo, e lasciare che la fiamma faccia luce a chi torna.

Domande frequenti

Cosa vuol dire Samhain?

Samhain vuol dire “fine dell’estate”, dal gaelico. Edain McCoy riporta anche due letture alternative: il nome del dio della morte Samana e un senso originario di “uno insieme”, la notte in cui vivi e morti si ritrovano. È il capodanno celtico: chiude il raccolto, apre la metà oscura dell’anno e si celebra dal tramonto del 31 ottobre al 1 novembre. Si pronuncia all’incirca “sàu-in”.

Come si festeggia Samhain?

Samhain si festeggia onorando i propri morti e interrogando il futuro. Il gesto centrale è l’altare degli antenati, con fotografie, candele, mele e melagrane. Molte tradizioni tengono la cena muta, apparecchiando un posto in più per i defunti, accendono candele alle finestre e lasciano cibo fuori dalla porta. La notte si chiude spesso con una lettura di tarocchi o nello specchio nero, perché il capodanno è il tempo della divinazione.

Che tipo di demone è Samhain?

Nessuno: Samhain è il nome della festa, e nessun dio o demone celtico l’ha mai portato. Silver RavenWolf ricostruisce l’equivoco: i primi cristiani scambiarono il nome della ricorrenza per quello di una divinità, accostandolo a Samuel e al semitico Sammael. Il “demone Samhain” dei film e dei cartoni animati è un’invenzione moderna nata da quel malinteso. Le fonti storiche descrivono una festa del raccolto e degli antenati.

Qual è la differenza tra Samhain e Halloween?

Samhain è la festa sacra del capodanno celtico e dei morti; Halloween è il suo erede popolare e laico. Il nome Halloween viene da “All Hallows’ Eve”, la vigilia di Ognissanti che la Chiesa fissò al 1 novembre sopra la festa pagana. La zucca intagliata, i costumi e il dolcetto o scherzetto discendono da usanze antiche come le soul cakes e le lanterne di rapa, con il loro senso rituale ormai sbiadito.

Cosa festeggiavano i Celti il 31 ottobre?

I Celti festeggiavano il loro capodanno: la fine dell’estate e del raccolto, l’inizio dell’inverno e dell’anno nuovo. Era una delle quattro feste del fuoco, con Imbolc, Beltane e Lughnasadh: si macellava il bestiame per la stagione fredda, si spegnevano i focolari e li si riaccendeva dal fuoco comune, come nella leggenda di Tlachtga. Ed era la notte dei morti, quando gli antenati tornavano a visitare le case.

Quali divinità si onorano a Samhain?

A Samhain si onorano le divinità della stagione oscura e del passaggio. La Dea mostra il volto della Vecchia in lutto per il Dio che muore; Ecate, signora dei crocevia e dei morti, illumina la notte con la torcia; Cerridwen mescola il calderone della rinascita; la Morrigan incontra il Dagda presso il fiume; e Cernunnos, il dio cornuto, apre i cancelli dell’Altro Mondo e riconduce i morti ai vivi.

Fonti

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  • Heinrich Cornelius Agrippa, De occulta philosophia, Libro III (1533, trad. inglese 1651), p. 69. Twilit Grotto Esoteric Archives

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