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Il significato di Beltane: la festa del fuoco luminoso e la vigilia di maggio

Beltane

Ultimo aggiornamento e revisione:

Il significato di Beltane sta tutto nel suo nome: Beltane è il “fuoco luminoso”, il Sabba maggiore che nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio apre la metà estiva dell’anno celtico. È la festa dei falò gemelli fra cui i druidi facevano passare il bestiame, del palo di maggio con i suoi nastri intrecciati, della Regina di maggio incoronata di fiori selvatici e dell’unione fra il Dio e la Dea che feconda la stagione della crescita. Nella bottega lo consideriamo il polo opposto e complementare di Samhain: quella è la notte dei morti e del buio che avanza, questa è la notte della vita che divampa. In questa guida troverai le origini della festa, i fuochi e i loro usi protettivi, il palo di maggio, le divinità della stagione chiara, la notte di Valpurga con le sue streghe e le corrispondenze magiche di Beltane, tutte con la loro fonte.

Il significato di Beltane nella Ruota dell’Anno

Beltane nel Neopaganesimo

Beltane è uno dei quattro Sabba maggiori, con Imbolc, Lughnasadh e Samhain. Doreen Valiente, in Witchcraft for Tomorrow (1978), elenca i quattro grandi Sabba dell’anno delle streghe: Candelora il 2 febbraio, la vigilia di maggio il 30 aprile, Lammas il 1 agosto e Halloween il 31 ottobre. Sono le feste del fuoco, celebrate con i falò, e la loro origine potrebbe risalire, secondo la stessa Valiente, alle stagioni riproduttive degli animali: un’ipotesi che le renderebbe antichissime. Dentro la Ruota dell’Anno e i suoi otto Sabba, Beltane occupa il posto d’onore della primavera piena, fra due feste solari: viene dopo l’equinozio di primavera di Ostara e prepara il solstizio d’estate di Litha.

Che cosa si celebra nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio?

Si celebra l’apertura dell’estate. Raven Grimassi, nel suo volume dedicato Beltane (2001), scrive che la festa nacque per salutare il ritorno della vita e della fertilità in un mondo appena uscito dall’inverno, e che la celebrazione tradizionale cadeva alla fine di aprile, mentre molte tradizioni Wicca moderne la fissano al 1 maggio o alla sua vigilia. La sera conta più del giorno: per i Celti la giornata cominciava al tramonto, e la vigilia era il vero cuore della festa. Janet e Stewart Farrar, in A Witches’ Bible (1981), ricordano che nell’emisfero australe le streghe ribaltano la ruota di sei mesi, e chi vive laggiù festeggia Beltane quando da noi cade Samhain.

«…presso i popoli celtici la celebrazione di maggio era chiamata Beltane, che significa “fuoco luminoso”, per i falò associati agli antichi rituali di questa stagione. Questa festa nacque come celebrazione del ritorno della vita e della fertilità a un mondo che aveva attraversato la stagione invernale…», Raven Grimassi, Beltane (2001)

I due cardini dell’anno celtico: Beltane e Samhain

L’anno celtico si spezzava in due metà, e Beltane ne era un cardine. James George Frazer, in The Golden Bough (ed. 1922), osserva che le due grandi feste celtiche del 1 maggio e del 1 novembre, o meglio le loro vigilie, si somigliano da vicino nel modo di celebrarle e nelle credenze che le accompagnano, e che entrambe tradiscono un’origine remota e interamente pagana. La metà estiva cominciava a maggio e durava fino al capodanno delle streghe di Samhain, quando si apriva la metà invernale. Gerald Gardner, in The Meaning of Witchcraft (1959), riporta la lettura di Ross Nichols: a maggio riappare il “grande sole” di Beltane, che prende il posto del piccolo sole rattrappito dell’inverno. Le due notti si guardano da capi opposti della ruota, e chi lavora con i Sabba impara presto a leggerle insieme.

Il nome del fuoco: tre letture per una festa

Sull’etimologia di Beltane le fonti dicono cose diverse, e le riportiamo tutte. Per Raven Grimassi il nome significa “fuoco luminoso”, dalla radice “Bel” che vale luminoso, splendente. Frazer riporta invece il glossario irlandese attribuito a Cormac, vissuto intorno al IX secolo, con la lettura del “fuoco fortunato”:

«…belltaine, il giorno di maggio, era chiamato così dal “fuoco fortunato”, o dai “due fuochi”, che i druidi di Erin accendevano quel giorno con grandi incantesimi; e il bestiame, aggiunge, veniva portato a quei fuochi, o spinto in mezzo a essi, come protezione contro le malattie dell’anno…», James George Frazer, The Golden Bough (ed. 1922)

Sulla pronuncia, Oberon Zell-Ravenheart, nel Grimoire for the Apprentice Wizard (2004), indica “BEL-tayne”, con l’accento sulla prima sillaba, e ricorda che astrologicamente la festa cade a 15 gradi del Toro, qualche giorno dopo il 1 maggio del calendario. C’è poi la voce scettica. John Gregorson Campbell, in Witchcraft and Second Sight in the Highlands and Islands of Scotland (1902), liquida con ironia la vecchia lettura “fuoco di Baal” e sostiene che la sillaba finale del nome non abbia nulla a che fare con il fuoco: per lui la radice rimanda all’idea di separare, aprire, e Beltane sarebbe “il giorno che apre l’anno”, quando i rigori dell’inverno si congedano e le stagioni si dividono. Grimassi stesso ammette che il legame fra il nome della festa e il dio Belenus resta incerto. Tre letture, un solo fuoco: la filologia discute, la ruota gira lo stesso.

I fuochi di Beltane: i falò gemelli e il fuoco di necessità

Il Rituale del Falò di Beltane

I fuochi sono il cuore antico della festa. Nelle Highlands centrali della Scozia, racconta James George Frazer, i falò di Beltane venivano accesi il 1 maggio con grande cerimonia, e l’usanza durò fino a Settecento inoltrato. Si accendevano su colline e alture. John Ramsay di Ochtertyre, testimone citato da Frazer, spiega che si riteneva degradante per colui che ha l’universo per tempio l’idea di abitare una casa costruita da mani umane: il culto si faceva a cielo aperto.

Il bestiame fra i due fuochi

Il passaggio del bestiame fra due falò è l’immagine più celebre di Beltane. La riporta il glossario di Cormac, e Ronald Hutton, in The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991), conferma che la spinta delle mandrie fra i fuochi è un’usanza sopravvissuta fino a tempi relativamente moderni, in Irlanda e in altre parti delle isole britanniche. Frazer aggiunge che in Irlanda l’uso persistette fino a memoria d’uomo, e che alle Ebridi il bestiame veniva fatto girare intorno al falò nel senso del sole, “dessil”, per tenere lontana la moria per tutto l’anno. Il fumo e la fiamma proteggevano le bestie, e con loro la sopravvivenza della comunità. Campbell, più freddo, legge in quel passaggio soprattutto le tante usanze di benedizione del bestiame della sua Scozia.

Il tein-eigin e i nove legni sacri

Il primo fuoco della stagione era il “fuoco di necessità”, in gaelico tein-eigin. Raven Grimassi descrive la sequenza: i focolari del villaggio venivano spenti, la gente saliva al colle, e il fuoco nuovo nasceva soltanto dalla frizione del legno o dalla scintilla della selce, mai da una fiamma già esistente. Frazer annota che alle prime scintille si accostava un fungo secco di betulla, l’agarico, e che a quel fuoco si attribuivano molte virtù: lo si stimava una protezione contro la stregoneria e un rimedio sovrano contro le malattie maligne di uomini e bestie, capace perfino di mutare la natura dei veleni.

Quanti legni servivano? La tradizione gallese raccolta da Frazer, e ripresa da Grimassi, vuole nove uomini dalle tasche rovesciate, liberi da ogni metallo, a raccogliere bastoni di nove alberi diversi per il falò. Sui nomi dei nove legni le fonti divergono. Evan John Jones, in Witchcraft: A Tradition Renewed (1990), elenca per i “nove legni del fuoco di Beltane” frassino, betulla, tasso, nocciolo, sorbo, salice, pino e spino, con ogni altro albero tradizionalmente sacro, e una sola esclusione esplicita: la quercia. Altre liste che circolano online la mettono in cima. Quando trovi un elenco di legni sacri senza fonte, diffida: le liste attestate sono poche e litigano fra loro.

La torta di Beltane e la sorte del cailleach beal-tine

Attorno al fuoco si mangiava. Thomas Pennant, viaggiatore del 1769 citato da Frazer, descrive i mandriani del Perthshire che scavavano una trincea quadrata, cuocevano un caudle di uova, burro, farina d’avena e latte, e ne versavano una parte a terra come libagione. Ognuno prendeva poi una focaccia d’avena con nove protuberanze quadrate, ne staccava un pezzo alla volta e lo gettava dietro la spalla dicendo: questo a te, proteggi i miei cavalli; questo a te, proteggi le mie pecore; e così via, con un pezzo anche per la volpe, la cornacchia e l’aquila, i distruttori del gregge.

C’era anche una sorte da tirare. Verso la fine della festa compariva la torta di Beltane, “am bonnach bea-tine”, cotta con le uova e smerlata sul bordo. Chi riceveva il pezzo segnato, racconta Frazer, diventava il “cailleach beal-tine”, termine di grande scherno: i compagni fingevano di gettarlo nel fuoco, altri lo salvavano, e in certi luoghi lo si stendeva a terra mimando lo squartamento. Per un anno intero portava quel titolo, e per la durata della festa se ne parlava come di un morto. Grimassi legge nel gioco l’eco delle antiche vittime scelte per il fuoco, quando la sorte del pezzo annerito designava il “devoted”, il consacrato che saltava tre volte le fiamme. Un gioco di villaggio con una memoria oscura dentro.

Il palo di maggio, la Regina e l’Uomo Verde

L’altra metà di Beltane è verde. Rami, fiori, alberi portati in processione: Frazer riconosce in queste usanze il culto dello spirito dell’albero, che a maggio veniva condotto di casa in casa perché ogni tetto ricevesse la sua benedizione. In Provenza, scrive, gli alberi di maggio ornati di fiori e nastri si piantavano ancora ai suoi tempi in ogni villaggio. Il fuoco parla agli animali e ai campi, il verde parla alle persone: sono le due lingue della stessa festa, e il palo piantato in mezzo al villaggio è la frase più visibile della seconda.

La danza dei nastri intorno all’albero di maggio

Il palo di maggio, il maypole inglese, è lo spirito della vegetazione piantato in mezzo al villaggio. Grimassi lo descrive sormontato da una ghirlanda, simbolo del potere fecondo della natura, con i nastri che i danzatori intrecciano passando sopra e sotto, in due cerchi che ruotano in senso opposto, finché il palo è tutto vestito. La lettura dei Farrar è più diretta:

«…danzare intorno al palo di maggio, cercare noci nei boschi, i “matrimoni del bosco” e restare svegli tutta la notte per veder sorgere il sole di maggio erano attività inequivocabili, ed è per questo che i puritani le soppressero con tanto pio orrore…», Janet e Stewart Farrar, A Witches’ Bible (1981)

I puritani fecero sul serio: il Parlamento inglese dichiarò illegali i pali di maggio nel 1644. Tornarono con la Restaurazione, e nel 1661 un palo di 134 piedi fu innalzato nello Strand, a Londra. Ronald Hutton invita comunque alla prudenza sulla presunta antichità del palo: nelle sue pagine osserva che la prima menzione letteraria nelle isole britanniche è medievale e che il maypole potrebbe essere arrivato dal continente nel Medioevo. Lo stesso Hutton nota una geografia curiosa: in Inghilterra, Galles e Scozia meridionale contava di più il palo, in Irlanda e nelle Highlands contavano di più i falò.

La Regina di maggio e i matrimoni del bosco

Frazer racconta che nel sud-est dell’Irlanda la ragazza più bella del distretto veniva eletta regina per dodici mesi, incoronata di fiori selvatici, fra banchetti, danze e giochi campestri. Grimassi aggiunge il corteo: la Queen of the May apre la processione accompagnata dal May King, spesso identificato con Jack-in-the-Green, e i due prendono anche i nomi di sposa e sposo di maggio. Nella Wicca dei Farrar la memoria si fa cerimonia: dopo il Grande Rituale, il rituale d’unione fra la Somma Sacerdotessa e il Sommo Sacerdote che a Beltane può essere simbolico o reale, una strega viene incoronata Spring Queen davanti all’altare, con il bacio quintuplice. I “matrimoni del bosco” della notte di maggio lasciavano tracce lunghe: i Farrar annotano che molti cognomi inglesi come Robinson, Johnson o Godkin discendono da qualche lontana vigilia di maggio passata nei boschi, quando Robin Hood e Maid Marian dominavano il folclore della festa.

Il Green Man, il volto fogliato

Nelle chiese medievali inglesi spunta un volto fatto di foglie. Gerald Gardner, in The Meaning of Witchcraft (1959), lo chiama la maschera fogliata del vecchio Dio: un viso dall’aria elfica, con orecchie a punta che ricordano corna, che guarda attraverso uno schermo di fronde scolpite sui capitelli e sui fonti battesimali, come quello di St. Woolo’s a Newport studiato fra le illustrazioni di Lady Raglan. Frazer registra il suo parente itinerante, il Green George dei villaggi, portato in giro perché favorisse pioggia e mandrie. Jason Mankey, in The Horned God of the Witches (2021), chiude il cerchio sul presente: qualunque sia la sua origine, oggi il Green Man è sentito come rappresentante del passato e del presente pagano, e trovarne uno appeso a una parete è quasi un segno di riconoscimento fra praticanti.

Le divinità e gli spiriti della stagione chiara

A chi appartiene Beltane? Le liste delle divinità della festa sono lunghe e vanno lette con la fonte accanto. Sandra Kynes, in Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), elenca fra gli dei di Beltane Belenus, Cernunnos, il Green Man, Pan, Fauno, Freyr e Balder, e fra le dee Flora, Maia, Danu, Diana, Afrodite, Freya e Rhiannon. Sono associazioni della pratica moderna, preziose per costruire l’altare, da tenere distinte dai culti storici documentati.

Belenus e la questione del dio Bel

Belenus, il Dio del Sole

Il dio più citato a proposito di Beltane è Belenus. Grimassi scrive che i Celti continentali veneravano un dio di questo nome e che la radice “Bel” vale luminoso, riferita al fuoco o a una luce come quella del sole; sulla derivazione del nome della festa dal dio, però, cita il Dictionary of Celtic Mythology di James MacKillop (1998) e lascia la questione aperta: può darsi, può non darsi. Attenzione anche agli omonimi: il Dictionary of Gods and Goddesses, Devils and Demons di Manfred Lurker (1987) ricorda che “Bel” è pure una parola accadica che significa “Signore”, passata a designare Marduk a Babilonia. Sono due mondi diversi. Il Bel mesopotamico non ha nulla a che fare con la festa celtica, e chi li fonde in un’unica figura costruisce una genealogia che le fonti non sostengono.

L’unione del Dio e della Dea

Nella lettura wiccan, Beltane celebra l’unione sacra. Scott Cunningham, in Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner (1988), la mette al centro della sua Beltane Lore: la Dea Madre e il Dio Padre si uniscono, e dalla loro unione scaturisce la vita nuova che coprirà le terre. I Farrar la mettono in scena con il Grande Rituale del calice e dell’athame, e con il dramma dell’Oak King che muore d’amore per la Grande Madre e rinasce. La cornice più netta la dà Doreen Valiente:

«…secondo le credenze della Vecchia Religione delle streghe, la metà estiva dell’anno appartiene alla Dea, e la metà invernale al Dio Cornuto. Per questo i Sabba della vigilia di maggio (o notte di Valpurga) e di Halloween sono date particolarmente importanti nel calendario delle streghe…», Doreen Valiente, Witchcraft for Tomorrow (1978)

Da Beltane in avanti regna la Dea. È la sua stagione: quella della crescita, dei matrimoni di prova stretti con l’handfasting, la legatura delle mani che la tradizione neopagana celebra volentieri proprio in questa festa, e del desiderio che rimette in moto il mondo.

Il biancospino e il popolo delle fate

Beltane e l'Altromondo: il confine fra i mondi

Il biancospino è l’albero di Beltane, e ha un carattere doppio. Richard Folkard, in Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), racconta il “ramo di maggio” portato alle porte delle case e la credenza che nella fiamma sacra dello spino le anime dei defunti salissero al cielo. I Farrar aggiungono il rispetto irlandese per i biancospini solitari, gli alberi delle fate: i contadini, e perfino i costruttori di strade, esitano a tagliarli, e loro stessi ne conobbero uno venerato in mezzo a un pascolo a Ferns, nella contea di Wexford. Il legame fra la vigilia di maggio e il popolo fatato è antico: Hutton registra la credenza gallese di una porta verso il regno delle fate che si apriva ogni 1 maggio presso il lago di Llyn Cwm Llwch, e J. Maxwell Wood, in Witchcraft and Superstitious Record in the South-Western District of Scotland (1911), descrive il piccolo popolo in vesti verdi, con re e regina, processioni e musica fra i boschi del Dumfriesshire. Nel catalogo oscuro c’è pure chi ricorda, come Matthew Bunson nella sua Vampire Encyclopedia (1993), che al legno di biancospino le tradizioni slave affidavano perfino la difesa dai vampiri. Albero gentile, con spine serie.

La vigilia stregata: la notte di Valpurga

La stessa notte, in area germanica, porta un altro nome e un’altra fama. La notte fra il 30 aprile e il 1 maggio è la Walpurgisnacht, la notte di Valpurga, e la tradizione la consegna alle streghe. Il significato di Beltane e quello della notte di Valpurga sono le due facce della stessa vigilia: da una parte il fuoco che benedice, dall’altra la notte in cui, si diceva, le forze della stregoneria erano scatenate e ogni casa alzava le sue difese.

Il sabba del Brocken

James R. Lewis, in Witchcraft Today: An Encyclopedia of Wiccan and Neopagan Traditions (1999), scrive che nella notte di Valpurga le streghe si radunavano per un grande sabba sul Blockula in Svezia e su altre vette d’Europa. La più famosa di tutte è il Brocken: Rosemary Ellen Guiley, nella Encyclopedia of Demons and Demonology (2009), lo indica come il luogo di raduno più noto secondo i demonologi, sui monti Harz della Germania. Ruth Edna Kelley, in The Book of Hallowe’en (1919), conserva anche le divinazioni della vigilia: le ragazze tedesche tiravano un filo invocando Walpurga per conoscere il futuro sposo. La storiografia critica, va detto, ridimensiona: l’Encyclopedia of Witchcraft curata da Richard M. Golden (2006) nota che nelle confessioni dei processi il sabba di Valpurga come festa specifica compare poco, e lo stesso Brocken è più leggenda letteraria che verbale di tribunale. La montagna delle streghe vive soprattutto nell’immaginazione, che in magia è già molto.

Streghe del latte e contro-incantesimi di sorbo

Per il mondo contadino la vigilia di maggio era una notte di guardia. Le streghe, si credeva, rubavano il “toradh”, la sostanza del latte: Campbell riporta storie di mucche munte a distanza e di burro sottratto, e Frazer registra il grido scozzese intorno ai falò, “Fuoco! Brucia le streghe”, con le fiamme portate in giro su forconi. La difesa stava negli alberi giusti. Rametti di sorbo e caprifoglio sulle stalle, dice Frazer; una croce di sorbo sulla zangola e un ferro di cavallo trovato per caso sopra la porta, dice Campbell; e Folkard tramanda la filastrocca scozzese del “Rowan Ash and red thread”, il sorbo legato col filo rosso che tiene i diavoli lontani dalla loro corsa. George Lyman Kittredge, in Witchcraft in Old and New England (1929), dedica pagine intere alla strega nella latteria, segno di quanto quella paura fosse concreta. Nel repertorio oscuro moderno il sorbo conserva il suo grado: Daniel A. Schulke, in Viridarium Umbris (2005), lo chiama albero delle fate con il potere di bandire i fantasmi e spezzare le maledizioni. Il filo rosso non costava nulla, ed era una difesa alla portata di ogni casa.

Come si celebra Beltane oggi

Rituali e Incantesimi di Beltane

Il lavoro rituale di Beltane ruota attorno al fuoco, ai fiori e all’unione. La materia non manca: il calderone con la candela, il biancospino raccolto la vigilia, il salto delle fiamme, la rugiada del mattino. Ti diamo la traccia delle fonti, che ognuno adatta alla propria pratica: la forza di questo Sabba sta nella semplicità dei suoi gesti, gli stessi da secoli.

L’altare e i lavori rituali del Sabba di maggio

Nella cerimonia dei Farrar il calderone sta al centro del cerchio con una candela accesa dentro: rappresenta il Bel-fire, il falò della festa. Rametti di biancospino e prugnolo ornano l’altare, e con i due alberi, spine tolte, si intrecciano le coroncine per le streghe; il prugnolo fiorisce prima ed è l’albero della Dea nel suo aspetto oscuro, così i due aspetti stanno in equilibrio. La coppia salta il calderone come si saltava il falò, e se lavori da sola o da solo salti anche tu: un gesto di fortuna e fecondità che Frazer documenta in mezza Europa. Scott Cunningham, in Living Wicca (1993), ricorda che il balefire all’aperto è tradizione di Yule, Beltane e Mezza Estate; chi lavora in casa lo condensa nella candela nel calderone. Raymond Buckland, in Wicca for One (2004), ammette con pragmatismo che montare da soli un palo di maggio e intrecciarne i nastri è impresa ardua, e suggerisce di ripiegare sul simbolo. Lady Sabrina, in Exploring Wicca (2000), descrive per la vigilia di maggio un palo con sette nastri colorati, uno per ogni colore dell’arcobaleno: un’altra tavolozza ancora, e te la segnaliamo con la sua fonte. Lavori attestati della notte: accendere il fuoco nuovo da una fiamma vergine, far passare fra due candele un oggetto che rappresenta ciò che vuoi proteggere, dedicare alla coppia divina un’offerta di fiori.

La rugiada del mattino e le divinazioni della vigilia

Il mattino di maggio ha una sua magia minuta. I Farrar citano l’Encyclopaedia Britannica sulla credenza, diffusissima in Inghilterra e in Irlanda, che lavarsi il viso nella rugiada del primo maggio renda belle: ne parla il diario di Pepys, e ancora nel 1791 un giornale londinese raccontava di persone uscite nei campi a bagnarsi il viso nell’erba. Kelley conserva i versi della fanciulla che al primo albeggiare di maggio si lava nella rugiada del biancospino. Sono gesti di divinazione e di benedizione insieme, minuti come il mattino che li ospita.

Dal Calendimaggio al cavallino di Padstow

Il maggio italiano ha la sua festa gemella. Folkard fa risalire l’anima della festa ai Floralia romani, i giochi floreali in onore di Flora istituiti, scrive, cinquecentotredici anni dopo la fondazione di Roma: cortei che tornavano dai prati carichi di biancospino, primule e violette. Il Calendimaggio delle città italiane, con i suoi rami fioriti e i canti del maggio, appartiene alla stessa famiglia del May Day inglese. E la festa vive ancora. In Cornovaglia, a Padstow, il 1 maggio sfila l’Obby Oss, il cavallino nero che danza fra i tamburi:

«…va detto che a Padstow, in questo giorno, c’è un’atmosfera arcaica di tale intensità da colpire chiunque. Il battito dei tamburi, il canto della May Song locale e i tuffi e le giravolte di queste mostruose bestie finte producono un effetto che mi è più familiare dai rituali tribali dei tropici…», Ronald Hutton, The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991)

Lo stesso Hutton, da storico, avverte che la prima attestazione del cavallino è del 1803 e che la festa intreccia tre tradizioni inglesi ben note. L’antichità documentata è una cosa, la potenza del gesto un’altra: chi c’è stato parla di una notte in cui il tempo si piega. Grimassi ricorda infine che dopo la stretta puritana le celebrazioni di maggio tornarono nel giro di pochi decenni, e in molti villaggi inglesi continuano oggi.

Le corrispondenze magiche di Beltane

Le corrispondenze di Beltane vengono dai due grandi repertori moderni, e dove divergono te lo diciamo. Shannon Reilly, in The Big Book of Correspondences (2008), assegna alla festa il tema dell’Unione, il segno del Toro, la campana come strumento, e simboli come le fedi nuziali, le chiavi, i bale-fire e le corone di fiori. Sandra Kynes, nel suo Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), la lega all’elemento Fuoco, alla stagione della primavera, alle fate come presenza magica della notte, e a una lunga corte di alberi ed erbe.

La tavola delle affinità

Ambito Affinità Fonte
Tema della festa Unione Shannon Reilly, The Big Book of Correspondences (2008), pp. 104-110
Elemento Fuoco Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), pp. 915-917
Segno zodiacale Toro (20 aprile – 20 maggio) Shannon Reilly, The Big Book of Correspondences (2008), pp. 104-110
Alberi Biancospino, sorbo, frassino, melo, quercia, salice, pino Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), pp. 915-917
Erbe e fiori Angelica, campanula, margherita, caprifoglio, edera, lillà, calendula, primula, asperula, cinquefoglia, olmaria Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), pp. 915-917; primula, rosa, biancospino e franchincenso anche in Shannon Reilly (2008), pp. 104-110
Pietre Eliotropio (pietra del sangue) e zaffiro secondo Kynes; nessuna secondo Reilly Sandra Kynes (2013), pp. 915-917; Shannon Reilly (2008), pp. 104-110
Animali Vacca, capra, coniglio e ape secondo Kynes; gatto, cigno e colomba secondo Reilly Sandra Kynes (2013), pp. 915-917; Shannon Reilly (2008), pp. 104-110
Cibi Pane d’avena, dolcetti, vino Shannon Reilly, The Big Book of Correspondences (2008), pp. 104-110
Presenze magiche Le fate Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), pp. 915-917
Intenti del lavoro magico Fertilità, matrimonio, purificazione, sensualità, visioni, contatto con l’Altromondo Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), pp. 915-917

I colori della festa: due tavolozze a confronto

Sui colori i due repertori litigano, e noi li mettiamo a confronto. Per Shannon Reilly i colori di Beltane sono il bianco e il rosso, la coppia della sposa e del fuoco, coerente con il suo tema dell’Unione. Per Sandra Kynes la tavolozza si allarga a verde, arancione, rosso e giallo, i colori della vegetazione e della fiamma. Nessuna delle due liste è “quella giusta”: scegli la tavolozza che serve al tuo lavoro, e sappi da quale libro viene. Sul tuo altare i due mondi convivono bene: nastri bianchi e rossi al palo, candele verdi e dorate al fuoco. Con questo la vigilia di maggio è servita, e la ruota delle feste pagane prosegue il suo giro verso la Mezza Estate.

Domande frequenti su Beltane

Che cos’è la festa di Beltane?

Beltane è il Sabba maggiore che apre la metà estiva dell’anno celtico, celebrato fra il 30 aprile e il 1 maggio. Il nome viene letto come “fuoco luminoso” da Raven Grimassi e come “fuoco fortunato” nel glossario di Cormac riportato da James George Frazer. È la festa dei falò, del palo di maggio, della Regina di maggio e dell’unione fra il Dio e la Dea che feconda la stagione della crescita.

Cosa sono i fuochi di Beltane?

Sono i falò accesi la vigilia di maggio su colline e alture, documentati da Frazer nelle Highlands scozzesi fino al Settecento. Il primo fuoco, il tein-eigin o fuoco di necessità, nasceva solo dalla frizione del legno dopo che tutti i focolari erano stati spenti. Fra due falò gemelli si faceva passare il bestiame come protezione contro le malattie dell’anno, e le ceneri finivano nei campi.

Quali sono i rituali di Beltane?

La tradizione attesta il fuoco nuovo acceso da fiamma vergine, il salto del falò o del calderone per fortuna e fecondità, la danza dei nastri intorno al palo di maggio, l’incoronazione della Regina di maggio, il Grande Rituale dell’unione divina nella Wicca e l’handfasting, la legatura delle mani degli sposi. Sull’altare stanno biancospino e prugnolo, con il calderone che rappresenta il Bel-fire.

Cosa si mangia a Beltane?

Le fonti scozzesi descrivono il caudle di uova, burro, farina d’avena e latte cotto sul fuoco della festa, e la torta di Beltane con il bordo smerlato, il bannock d’avena con nove protuberanze dedicate ai protettori e ai predatori del gregge. Shannon Reilly indica come cibi della festa il pane d’avena, i dolcetti e il vino. Alle Ebridi si faceva anche un formaggio del primo maggio, custodito come protezione del latte.

Qual è la differenza tra Beltane e la notte di Valpurga?

Sono la stessa notte con due nomi e due anime. Beltane è la festa celtica del fuoco che apre l’estate, la Walpurgisnacht è la lettura germanica della stessa vigilia, consegnata alle streghe che si radunano a sabba sul Brocken e sulle altre vette. La prima celebra la vita che torna, la seconda racconta la paura e il fascino della stregoneria notturna. Chi pratica oggi le tiene insieme: fuoco fuori, mistero dentro.

Che rapporto c’è tra Beltane e Samhain?

Sono i due cardini dell’anno celtico, a sei mesi esatti l’uno dall’altro. Beltane apre la metà estiva e luminosa, Samhain apre quella invernale e oscura. Frazer osserva che le due vigilie si somigliano nel modo di celebrarle e nelle credenze, e Doreen Valiente ricorda che la metà estiva appartiene alla Dea e quella invernale al Dio Cornuto. Sono le due notti in cui l’anno cambia padrone.

Fonti

  • James George Frazer, The Golden Bough (ed. 1922), pp. 99-108, 474-478, 487-488, 495. Project Gutenberg
  • Richard Folkard, Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), pp. 62-66, 93-94, 100-105, 398-399, 570-571. Internet Archive
  • John Gregorson Campbell, Witchcraft and Second Sight in the Highlands and Islands of Scotland (1902), pp. 6-10, 124-127. Internet Archive
  • J. Maxwell Wood, Witchcraft and Superstitious Record in the South-Western District of Scotland (1911), pp. 27-31, 67-68. Project Gutenberg
  • Ruth Edna Kelley, The Book of Hallowe’en (1919), pp. 58-63. Project Gutenberg
  • George Lyman Kittredge, Witchcraft in Old and New England (1929), pp. 181-183. Internet Archive
  • Gerald Gardner, The Meaning of Witchcraft (1959), pp. 96-98, 201-205. Internet Archive
  • Doreen Valiente, Witchcraft for Tomorrow (1978), pp. 47-48, 178-179, 200-202. Internet Archive
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  • Manfred Lurker, Dictionary of Gods and Goddesses, Devils and Demons (1987), pp. 65-67. Routledge
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