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Il significato di Litha: il solstizio d’estate e il trionfo della luce

Litha

Ultimo aggiornamento e revisione:

Litha è il Sabba del solstizio d’estate, il giorno più lungo e la notte più breve dell’anno, celebrato fra il 21 e il 22 giugno quando il sole entra nel segno del Cancro. È la festa della luce al culmine, conosciuta anche come Mezza Estate, Alban Hefin fra i druidi e vigilia di san Giovanni nel calendario cristiano. Raymond Buckland, in The Witch Book (2002), riassume la voce in poche righe: gli altri nomi del solstizio d’estate sono la vigilia di san Giovanni, Alban Hefin e Litha, il momento in cui il sole tocca lo zenit e il regno del Re Quercia finisce mentre comincia quello del Re Agrifoglio. Da qui in avanti i giorni ricominciano ad accorciarsi, anche se l’estate è appena entrata nei campi. Per chi pratica, Litha è la cresta dell’onda: un’abbondanza che sa già di discesa, da onorare adesso, a fuoco acceso.

Cosa significa Litha?

Litha significa il solstizio d’estate: il punto dell’anno in cui il sole raggiunge la sua massima declinazione e sembra fermarsi, prima di ridiscendere il cielo. La parola latina solstitium dice proprio questo, “sole fermo”. Judy Ann Nock, in The Wiccan Year (2007), descrive l’istante con precisione: la terra è inclinata dei suoi 23,5 gradi pieni verso il sole, il sole batte a picco sul Tropico del Cancro e pare sostare immobile nel punto più a nord dell’orizzonte, prima di riprendere il lento ritorno verso sud. È il solstizio d’estate, gemello e opposto del solstizio d’inverno di Yule.

«…nel periodo del solstizio d’estate i giorni sono così lunghi che un tempo si credeva che il sole si fosse fermato…», Claudia Müller-Ebeling, Christian Rätsch e Wolf-Dieter Storl, Witchcraft Medicine (2003)

Litha in breve Dato
Data (emisfero nord) 21-22 giugno
Emisfero australe ruota ribaltata di sei mesi: cade in dicembre
Posizione del sole ingresso nel Cancro (0 gradi)
Tema luce al culmine, fuoco, abbondanza
Simboli sole, falò, ruota di fuoco

Un nome anglosassone: “luce” oppure “luna”?

Sul nome, le fonti non vanno d’accordo, e te lo diciamo subito. Silver RavenWolf, in Solitary Witch (2003), glossa il termine in modo secco: Litha significa “luna”. Anna Franklin, nel volume che ha dedicato per intero alla festa, Midsummer (2002), ricostruisce invece la strada anglosassone: i Sassoni chiamavano giugno Aerra Litha, “prima di Litha”, e luglio Aeftera Litha, “dopo Litha”, e da qui si è dedotto che il nome della festa fosse Litha, tradotto di solito “luce” o forse “luna”. La stessa Franklin ricorda che J.R.R. Tolkien riprese la parola per una festa di mezza estate del suo mondo. Quel che è certo sta sotto i nomi: il giorno più lungo dell’anno. La tradizione druidica moderna preferisce Alban Hefin, come registra Raymond Buckland nella voce sui druidi del suo The Witch Book (2002).

Quando cade e per quanto durava la festa

La data astronomica oscilla fra il 21 e il 22 giugno. Sandra Kynes, in Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), intesta la voce proprio così, “21 o 22 giugno”, e distingue il solstizio dalla vigilia di mezza estate del 22-23. La festa popolare però non stava chiusa in un giorno solo: Claudia Müller-Ebeling, Christian Rätsch e Wolf-Dieter Storl scrivono che, come quella d’inverno, la festa del solstizio d’estate durava dodici giorni pieni, fra fuochi, fiaccole e ruote accese. Nell’emisfero australe tutto si ribalta: Kate West, in The Real Witches’ Handbook (2001), osserva che la nostra mezza estate è l’inverno di metà di qualcun altro, e la ruota va letta a sei mesi di distanza.

Litha nella Ruota dell’Anno

Litha è uno dei quattro Sabba solari dentro il ciclo degli otto Sabba della tradizione. Viene dopo il fuoco di Beltane, prepara il primo raccolto di Lughnasadh e sta esattamente di fronte al solstizio d’inverno di Yule: i due solstizi sono gli estremi della Ruota, la luce al culmine da una parte e la luce al fondo dall’altra. Nel calendario popolare l’estate cominciava a maggio e finiva a Lammas, e il solstizio cadeva nel mezzo: da qui il nome di Mezza Estate che la festa porta ancora.

C’è un pensiero antico dentro questa posizione. I Farrar lo affidano a Eraclito, panta rhei: tutto scorre, niente sta fermo. La vita è un processo, e i Sabba servono ad accordarsi a quel processo. A Litha si sta dentro la pienezza sapendo che la Ruota gira già, e si onora la luce proprio nell’istante in cui comincia a cedere. Niente progetti nuovi, oggi.

Il Re Quercia cade, il Re Agrifoglio sale

In molte tradizioni wiccan i due volti dell’anno sono fratelli gemelli. Janet e Stewart Farrar, in A Witches’ Bible (1981), raccontano che al solstizio d’estate il Re Quercia, dio dell’anno crescente, cade per mano del Re Agrifoglio, suo gemello e dio dell’anno calante, perché il picco fiammeggiante dell’estate è per sua natura anche l’inizio del regno della metà scura. La morte del Re Quercia ha preso molte forme nel mito: arso vivo, accecato con un palo di vischio, appeso a una croce a T. Caduto, il dio si ritira, scrivono i Farrar, fra le stelle circumpolari della Corona Boreale, la Caer Arianrhod celtica, la ruota del cielo che mai scende sotto l’orizzonte, e lì attende la propria rinascita a Yule. Kate West aggiunge che il Re Agrifoglio, signore della metà calante, è considerato il più scuro dei due. Nella pratica moderna lo scontro è un dramma rituale recitato nel cerchio, con tanto di corone: Anna Franklin ne riporta un testo intero, con l’incoronazione del vincitore.

San Giovanni e il Re Quercia

I Farrar riportano una lettura di Robert Graves, da The White Goddess: nella pratica medievale san Giovanni Battista, che secondo la formula di Graves “perse la testa” nel giorno di san Giovanni, il 24 giugno, ereditò il titolo e le usanze del Re Quercia, e fu naturale lasciare che Gesù, successore di Giovanni, prendesse il posto del Re Agrifoglio: “di tutti gli alberi che sono nel bosco, l’agrifoglio porta la corona”, dice la carola citata da Graves. Franklin spinge la stessa idea più in là e nota quanto siano strane certe raffigurazioni del santo: corna, gambe villose, zoccoli fessi, come un satiro o un uomo selvatico dei boschi, al punto che Frazer, ricorda sempre Franklin, ipotizzò per Giovanni il mantello di un dio della vegetazione onorato a mezza estate.

Il Dio e la Dea al culmine dell’estate

A Litha il dio del Sole è al massimo della forza e la Dea regna come madre della terra colma. Müller-Ebeling, Rätsch e Storl descrivono la coppia divina vista nei grani che maturano e nei frutti del bosco e del campo, con il potente dio del tuono, Thor, che porta i temporali estivi, e intorno elfi danzanti, silfidi e salamandre di fuoco. La divinità, a mezza estate, abita il paesaggio stesso. Il caldo e la pioggia fanno il raccolto insieme.

«…al solstizio d’estate egli è al suo punto più alto e più luminoso, e il suo giorno è il più lungo. Le streghe, com’è naturale e giusto, lo salutano e lo onorano al culmine del suo ciclo annuale…», Janet e Stewart Farrar, A Witches’ Bible (1981)

Il Dio porta anche un volto di foglie. Gerald Gardner, in The Meaning of Witchcraft (1959), descrive il Green Man, la “maschera fogliata” scolpita nelle chiese: un viso elfico, a volte cornuto, che guarda attraverso uno schermo di foglie di quercia mentre altre foglie gli escono dalla bocca, e richiama gli studi di Lady Raglan e l’esemplare cornuto della chiesa di St. Woolo. Christopher Penczak, in The Outer Temple of Witchcraft (2004), legge nello stesso segno il dio di Litha: la luce solare assorbita dalla vegetazione lo trasforma nel Dio Verde, cresciuto nel pieno del suo potere terreno e già chiamato, al culmine, a guardare in faccia la propria ombra, il Re Agrifoglio. La sua forza conosce il declino, e non spreca un istante della propria luce.

Balder, il dio luminoso sacrificato al solstizio

La Scandinavia lega al solstizio la morte del più luminoso dei suoi dei. James George Frazer, nel Ramo d’oro (ed. 1922), segnala che in Svezia i fuochi di mezza estate si chiamavano “fuochi di Balder” e che la stagione era sacra al dio ucciso da un ramo di vischio e arso su una grande pira: per Frazer è probabile che un tempo un’effigie del dio bruciasse in quei falò. Non tutti gli studiosi lo seguirono: Andrew Lang, in Magic and Religion (1901), obietta che nel mito Balder viene cremato e mai sacrificato, e considera la teoria una costruzione. Ti riportiamo entrambe le posizioni perché la divergenza è parte della storia. Sul piano delle erbe la memoria del dio resta: Robert Fletcher, in The Witches’ Pharmacopoeia (1896), scrive che i fiori a grande disco solare erano sacri a Baldur e passarono poi a san Giovanni, ed è così che l’iperico prese il suo nome di erba di san Giovanni; per Müller-Ebeling, Rätsch e Storl il succo rosso dei suoi boccioli era il sangue del dio sacrificato al solstizio.

Le origini: i fuochi di mezza estate

Le origini di Litha stanno nei fuochi accesi in tutta Europa molto prima del cristianesimo. Frazer dedica ai fuochi di mezza estate un capitolo intero del Ramo d’oro e ne fa la festa del fuoco più diffusa del continente, dall’Irlanda alla Russia, dalla Norvegia e dalla Svezia fino alla Spagna e alla Grecia, con propaggini fra i berberi e gli arabi del Nord Africa. Uno scrittore medievale, riportato da Frazer, elencava i tre grandi gesti della celebrazione: i falò, la processione con le torce intorno ai campi e la ruota fatta rotolare. E spiegava la ruota così: il sole, giunto al punto più alto, da lì in poi discende.

«…la stagione in cui queste feste del fuoco si sono tenute più generalmente in tutta Europa è il solstizio d’estate, cioè la vigilia di mezza estate (il ventitré di giugno) o il giorno di mezza estate (il ventiquattro di giugno). Una leggera tinta di cristianesimo è stata data loro intitolando il giorno di mezza estate a san Giovanni Battista, ma non possiamo dubitare che la celebrazione risalga a un tempo molto anteriore all’inizio della nostra era…», James George Frazer, The Golden Bough (ed. 1922)

La ruota di fuoco

In molte regioni il momento più atteso era la ruota incendiata. Nella valle di Glamorgan, in Galles, racconta Frazer, una ruota di carro avvolta nella paglia veniva accesa e lanciata giù dal pendio: se restava in fiamme per tutta la corsa, il raccolto sarebbe stato abbondante. A Konz, sulla Mosella, la ruota doveva arrivare accesa fino al fiume perché la vendemmia fosse ricca, e il paese ne traeva perfino un diritto: un carro di vino bianco dai vigneti intorno. La ruota è il sole che scende, e insieme un presagio del grano. Judy Ann Nock aggiunge i dischi fiammeggianti scagliati verso il sole quando il falò “usciva dai suoi argini”. Frazer offre due letture dello stesso gesto: la magia simpatica, che sostiene l’astro nel suo cammino imitandolo, oppure le streghe invisibili bruciate in volo dalle ruote accese.

Un fuoco che protegge: usanze d’Europa

Il falò di mezza estate difende, prima ancora di celebrare. In Danimarca e in Norvegia i fuochi della vigilia di san Giovanni si accendevano su strade, spiazzi e colline; in Norvegia si diceva che tenessero la malattia lontana dal bestiame e che scacciassero le streghe, credute in volo quella notte verso i loro raduni. Il dato torna anche negli studi: l’Encyclopedia of Witchcraft curata da Richard M. Golden (2006) registra la credenza che le streghe fossero pericolosissime proprio alla vigilia di mezza estate, quando attraversavano l’aria per i loro incontri, e che i falò servissero a proteggere animali, raccolti e persone; in Danimarca e nello Jutland si raccontava del raduno alla chiesa di Troms. In Boemia si spingevano le vacche attraverso il fuoco contro la stregoneria; in Russia i giovani saltavano la fiamma in coppia portando l’effigie di Kupalo, fra ghirlande di fiori e cinture di erbe consacrate; in Bretagna, spenta la fiamma, l’assemblea si inginocchiava intorno alla brace, un vecchio pregava ad alta voce, e al terzo giro ognuno gettava un sasso sui carboni. In Germania, annota un testimone del Cinquecento ripreso da Frazer, si danzava intorno ai falò con ghirlande di artemisia e di verbena, e si guardava il fuoco attraverso mazzetti di speronella per conservare la vista sana.

I nove legni e i dodici giorni

Il fuoco del solstizio si costruiva con arte. In Galles, scrivono Müller-Ebeling, Rätsch e Storl, si raccoglievano nove tipi di legno per la pira del solstizio, e Frazer conferma: tre o nove specie diverse, con tizzoni conservati con cura dalla mezza estate precedente. Anna Franklin ritrova i nove legni anche nei “fuochi di Baldur” scandinavi, accesi al crepuscolo sulle alture, con i funghi gettati nella fiamma contro il potere dei troll. Il numero passa dal fuoco alle erbe: Pauline Campanelli, in Ancient Ways (1991), registra l’usanza di gettare nel falò di mezza estate nove specie di erbe, fra cui iperico, ruta, verbena, vischio e lavanda, e Scott Cunningham, nel suo Book of Shadows (2009), tramanda un incenso dei nove legni. Ann Moura porta la stessa cifra sull’altare: nove erbe in una ciotola per il Sabba. La festa intera, del resto, non si esauriva in una notte: dodici giorni pieni, come a Yule.

La notte di san Giovanni

Quando l’Europa diventò cristiana, i fuochi non si spensero: cambiarono padrone. La vigilia del 23-24 giugno prese il nome di notte di san Giovanni, e i falò divennero i fuochi di san Giovanni, ancora vivi in tante piazze e campagne. I Farrar notano una curiosità di calendario: ignorando la riforma gregoriana, la festa dei santi Pietro e Paolo cade perfino più vicina al solstizio, segno che l’usanza pagana si è semplicemente attaccata al santo importante più a portata di mano. La notte resta magica nel sentire popolare. Richard Folkard, in Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), descrive porte e finestre coperte di gigli, finocchio, borracina e iperico alla vigilia, ghirlande di verbena e lino sospese dentro casa, e una “vera ghirlanda di san Giovanni” composta di sette elementi. La rugiada del mattino aveva il suo posto: Silver RavenWolf annota fra le pratiche del Sabba la raccolta della rugiada, come a Beltane, che la tradizione lega a salute e felicità, e Anna Franklin tramanda una pozione per potenziare la sfera di cristallo che impasta la ruta con nove gocce di rugiada dell’alba di mezza estate. Franklin dedica pagine anche alle acque: pozzi vestiti a festa, come quello di San Nectan, perché a mezza estate anche le sorgenti sono cariche.

Litha e il popolo fatato

A mezza estate il confine fra il nostro mondo e quello degli spiriti della natura si assottiglia. È una delle tre notti grandi dell’anno, e le fonti la mettono in fila con le altre due senza esitazioni.

«…i Celti, i Norreni e gli Slavi credevano che ci fossero tre “notti degli spiriti” nell’anno, in cui la magia abbondava e l’Altromondo era vicino. La prima era Halloween, la seconda la vigilia di maggio, la terza la vigilia di mezza estate. In questa notte, fra tutte, le fate sono più attive…», Anna Franklin, Midsummer (2002)

Sandra Kynes conferma dal lato delle corrispondenze: la voce dedicata alle fate del suo manuale elenca Litha e la vigilia di mezza estate fra le loro celebrazioni, accanto ai colori verde e giallo, e la voce del solstizio segna “Magical: Fairies” senza giri di parole. Alla vigilia Kynes assegna la dea irlandese Aine, che Judy Ann Nock invoca come regina fatata e madre di luce. Il solstizio d’estate, scrive la stessa Nock, era sacro a Danu, o Anu, la madre universale dei Celti: i suoi fedeli giravano intorno al suo terreno sacro di Cnoc Aine agitando torce di paglia e fieno sopra di sé, sopra il bestiame e sopra i campi, per assicurarsi la sua benedizione. Fra gli spiriti dispettosi il più celebre è Robin Goodfellow, il Puck della tradizione inglese, che Franklin conta fra le fate più attive di mezza estate ed Eileen Holland, in The Spellcaster’s Reference (2009), inserisce fra le presenze da evocare nel mese di giugno, mese potente per la magia delle fate. Non a caso RavenWolf chiama questa data “la notte delle pozioni di Shakespeare”.

Sambuco, offerte e piccole regole fatate

Il folklore dà anche istruzioni pratiche. Ann Moura consiglia di cercare le fate sotto un sambuco, ma di non toccare il loro cibo, pena restare con loro sette anni; Franklin annota che in Danimarca il sambuco appartiene a Hulda e che chi sta sotto l’albero alla vigilia può vedere passare il Re degli Elfi. Nel folklore raccolto da Franklin, timo e primula aprono la vista fatata, mentre l’iperico protegge chi dorme dal rapimento. Le offerte chiudono il cerchio: Raven Grimassi, in A Grimoire of Italian Witchcraft, insegna a lasciare fuori per la notte le ciotole della libagione, perché alla vigilia d’estate tutti gli spiriti di Natura sono in festa nei prati e nei boschi, e, si dice, trovarne traccia al mattino porta una benedizione speciale.

La fata nel cristallo e il volo delle streghe

Anche la magia dotta ha guardato a questi spiriti. Il grimorio manoscritto curato da David Rankine, The Grimoire of Arthur Gauntlet, conserva una lunga operazione per chiamare la fata Sibilia dentro una pietra di cristallo, con lo spirito messaggero scongiurato a portarla nel cerchio e l’incensazione al franchincenso quando appare. Sul versante opposto del confine, Jacques Collin de Plancy, nel Dictionnaire Infernal (1863), descrive le streghe che si ungono per montare sul manico di scopa diretto al sabba ripetendo la formula Emen-hetan: è il volo notturno contro cui, nelle campagne del Nord, si accendevano i fuochi di mezza estate. Nella stessa notte convivono così chi chiama gli spiriti dentro un cristallo e chi alza fiamme per tenerli a distanza.

Le erbe del solstizio e il seme di felce

A mezza estate le erbe sono al culmine della loro virtù. Anna Franklin lo dice con l’immagine più bella del suo libro: mentre il sole del solstizio sorge nel giorno del suo massimo potere, trascina su con sé il potere delle erbe, delle pietre erette e dei cristalli. È il tempo più potente per la raccolta, soprattutto dei fiori color del sole. E la mezzanotte della vigilia ha una potenza tutta sua.

«…la vigilia di mezza estate era spesso considerata un tempo di magia intensa, adatto a incantesimi e formule d’amore. Si credeva che ogni erba raccolta a mezzanotte della vigilia di mezza estate avesse una potenza senza pari…», Judy Ann Nock, The Wiccan Year (2007)

L’iperico, l’erba di san Giovanni

L’erba regina di Litha è l’iperico, l’Hypericum perforatum. Folkard scrive che nella notte di san Giovanni lo si porta addosso come protezione contro stregoneria e sortilegio e lo si appende sopra porte e finestre con lo stesso scopo, e che in Scozia serviva da amuleto contro gli incantamenti. Fletcher ne spiega il battesimo: fiori a disco solare sacri a Baldur, passati al Battista, con una speciale potenza nel respingere le influenze maligne; in Norvegia le macchie rosse della pianta si chiamavano sangue di san Giovanni. I medici medievali, ricordano Müller-Ebeling, Rätsch e Storl, lo chiamavano Fuga daemonum, l’erba che mette in fuga i demoni, e il suo nome popolare di erba delle streghe è durato fino a oggi. Per la raccolta vale la regola della festa: al culmine del sole, con la rugiada o a mezzanotte, secondo la tradizione che segui.

La verbena e l’artemisia

Accanto all’iperico stanno due compagne antiche. La verbena è per Folkard il simbolo stesso dell’incantamento, chiamata Lacrime di Iside e Lacrime di Giunone, usata dai Magi persiani nel culto del Sole; il distico inglese raccolto da Aubrey la mette di guardia: “Verbena e aneto / tolgono alle streghe il potere”. Campanelli la vuole raccolta il mattino di mezza estate con la mano sinistra, e cita l’aspersorio della Greater Key of Solomon, fatto di verbena e altre otto erbe. L’artemisia è la grande erba di san Giovanni dei popoli germanici: Müller-Ebeling, Rätsch e Storl descrivono il salto del fuoco compiuto con una cintura di artemisia ai fianchi, una corona di edera terrestre sui capelli e verbena nelle mani, con la dea presente nell’erba stessa; Frazer aggiunge le ghirlande portate in Germania e la corona di artemisia che in Boemia preservava gli occhi. Folkard ne fa risalire il nome ad Artemide, la Diana dei greci. Rosmarino e issopo entrano nel quadro con Campanelli, timo e lavanda con Moura e Franklin: la dispensa del solstizio è tutta in fiore.

Il seme di felce e il vischio di mezza estate

La leggenda più strana della notte riguarda la felce. Il suo “seme” invisibile, si diceva, fiorisce d’oro solo a mezzanotte della vigilia: chi riesce a raccoglierlo diventa invisibile o, nella versione delle Legendes des plantes di Marmier citata da Folkard, ottiene la forza di venti uomini e vede i metalli nascosti nel ventre della terra. Frazer riporta la storia del cacciatore tedesco che sparò al sole a mezzogiorno del giorno di mezza estate: tre gocce di sangue caddero su un panno bianco, ed erano il seme di felce, emanazione diretta del fuoco solare. Franklin conserva perfino la tecnica: la pianta non va toccata, si piega con una bacchetta di nocciolo forcuto e si lascia cadere il seme su un piatto di peltro. Anche il vischio, il ramo d’oro che dà il titolo all’opera di Frazer, si raccoglieva a mezza estate oltre che a Yule; Buckland riporta la scena druidica tramandata da Plinio, con il falcetto d’oro e il panno teso perché il ramo non tocchi terra.

Come si festeggia Litha?

Litha si festeggia accendendo un fuoco e stando nella luce. All’aperto il cuore della festa è il falò; in casa bastano un piccolo braciere nel calderone o una corona di candele accese. Intorno a questo centro la tradizione dispone i suoi gesti, tutti attestati nelle fonti della festa.

  • Accendere il fuoco del solstizio, il gesto che regge tutta la festa, dai falò di Frazer ai due fuochi gemelli del cerchio wiccan
  • Vegliare fino all’alba: Franklin racconta la veglia della vigilia di san Giovanni, dal tramonto al sorgere del sole, con le tavole imbandite descritte da John Stow nel Cinquecento
  • Saltare la fiamma, come in Russia e nel salto germanico con la cintura di artemisia
  • Raccogliere le erbe al culmine del sole o a mezzanotte della vigilia
  • Caricare i cristalli nella luce del giorno più lungo
  • Lasciare offerte agli spiriti di natura, con le ciotole della libagione di Grimassi
  • Interrogare la sorte in amore, perché la vigilia, scrive Nock, era giudicata adatta a incantesimi e formule d’amore
  • Intrecciare ghirlande di fiori e appenderle alla porta, come le ghirlande di san Giovanni di Folkard

L’amuleto di mezza estate

Le fonti descrivono con precisione gli amuleti della festa. Ann Moura, in Green Witchcraft (1996), insegna a legare con un filo rosso un rametto di sorbo, un rametto di ruta e tre fiori di iperico, da appendere per protezione; Silver RavenWolf suggerisce allo stesso modo un ramo di sorbo legato col filo rosso fra le pratiche del Sabba. Pauline Campanelli affida invece la difesa della casa all’aspersione: rosmarino, issopo e verbena immersi nell’acqua e spruzzati per le stanze con il distico “Per rosmarino, issopo e verbena / spirito avverso, vattene via”. E quando prepari gli amuleti nuovi, il destino dei vecchi è già scritto: alla sua fattoria, racconta Campanelli, quelli dell’anno passato, ormai secchi, bruciano bene nel fuoco di mezza estate.

Un cristallo nella luce del giorno più lungo

Una pratica semplice viene da Kate West. Fra i suoi modi di celebrare Litha c’è la cura di un cristallo: puliscilo prima sotto l’acqua corrente per cinque minuti, visualizzando ogni imperfezione che scivola via con l’acqua, perché le pietre trattengono le energie residue di chiunque le abbia toccate; poi chiama a sostegno gli elementi, la Dea e il Dio, e affida la pietra alla luce. Il fondamento sta nella frase di Franklin che hai già letto: il sole del solstizio trascina su con sé il potere delle pietre e dei cristalli. West riassume la festa in una riga che vale un promemoria: Litha è l’apice del potere del Re Sole, quando i giorni ricominciano ad accorciarsi.

La veglia, Stonehenge e le pietre del sole

La veglia del solstizio ha un luogo simbolo. Judy Ann Nock descrive Stonehenge, ritta sulla piana di Salisbury da cinquemila anni: il cerchio di pietre e il grande viale che conduce al centro sono allineati con l’alba del solstizio d’estate, e ancora oggi il sole non manca di posarsi sulla Heel Stone nel mattino del giorno più lungo. La prudenza degli storici però va riportata: Ronald Hutton, in The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991), avverte che la maggior parte dei cerchi e dei filari di pietra non mostra allineamenti evidenti su sole o luna, e che sul senso originario dei monumenti si può dire poco. Intanto la veglia moderna è un fatto: l’enciclopedia curata da J. Gordon Melton (5a ed., 2001) registra i raduni al solstizio fra quelle pietre, diventati negli anni perfino terreno di scontro con i cancelli chiusi. Chi non ha un megalite a portata di mano può guardare a est da una collina qualsiasi: Franklin evoca la dea baltica del sole, Saule, attesa tutta la notte di mezza estate perché all’alba danza sull’orizzonte.

L’altare e le corrispondenze di Litha

L’altare di Litha mette il sole al centro. Christopher Penczak lo apparecchia con le statue del Dio e della Dea come Re e Regina, immagini del popolo fatato, corone e fiori in piena fioritura, nei colori oro, giallo, verde e marrone, con le erbe del Sole e dei segni di Gemelli e Cancro, iperico in testa. Ann Moura sceglie una strada tutta sua: candele d’altare blu, un poco d’acqua nel calderone da versare poi nella ciotola consacrata, l’incenso di lavanda o di muschio e il cerchio vestito di fiori e frutti d’estate. Le corrispondenze che seguono vengono dai manuali della tradizione, e dove le fonti divergono te lo diciamo.

Ambito Affinità Fonte
Colori blu, oro, verde e rosso Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)
Colori (divergenza) bianco (colore druidico della festa), rosso, giallo, oro e i colori della fiamma Anna Franklin, Midsummer (2002)
Candele d’altare blu Ann Moura, Green Witchcraft (1996)
Alberi faggio, sambuco, agrifoglio, alloro, tiglio, quercia Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)
Erbe camomilla, erica, eliotropio, lavanda, iperico, verbena Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)
Gemme diamante, smeraldo, giada, lapislazzuli, occhio di tigre Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)
Gemme (divergenza) occhio di tigre, quarzo ialino, topazio, ambra Anna Franklin, Midsummer (2002)
Ogham Ur secondo Kynes; Duir, la quercia che significa “porta”, secondo Franklin Kynes (2013); Franklin, Midsummer (2002)
Divinità Apollo, Balder, il Dagda, il Green Man, Helios, Lugh, Thor, Ra; Amaterasu e Phoebe fra le dee, Aine alla vigilia Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)
Popolo fatato le fate, di casa a Litha e alla vigilia di mezza estate; colori verde e giallo Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)
Intenti divinazione, manifestazione, forza, successo, cambiamento Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013)

Le pietre del sole

Le pietre di Litha sono quelle del suo astro. La voce dedicata al Sole nel manuale di Kynes elenca ambra, corniola, diamante, quarzo ialino, pietra del sole, occhio di tigre e topazio, con l’oro come metallo e Helios come dio; Franklin sceglie per la mezza estate occhio di tigre, quarzo ialino, topazio e ambra. Il quarzo limpido della pratica di West sta dunque in buona compagnia. Quanto al citrino, che molte liste moderne accostano al solstizio, Kynes lo colloca in realtà fra le gemme di Lughnasadh, il Sabba del primo raccolto: se vuoi conoscere da vicino quel piccolo sole tascabile, ne abbiamo raccontato la storia nella sua scheda.

Incensi e fiori

Per l’altare valgono i fiori a raggiera. Franklin elenca fra i simboli della festa le rose, le rosette, le margherite e tutti i fiori raggiati, insieme alle croci a bracci uguali e alle torce; il girasole compare nella voce solare di Kynes accanto all’iperico. Fra i fumi, la lavanda gettata nel falò è per Campanelli un incenso amabile, e l’incenso dei nove legni di Cunningham porta nel braciere gli alberi del fuoco del solstizio. Poche cose scelte bene bastano: un altare acceso e colorato che parli di luce piena, senza affollarlo.

Domande frequenti

Cosa significa Litha?

Litha significa il solstizio d’estate, il giorno più lungo e la notte più breve dell’anno. Cade fra il 21 e il 22 giugno nell’emisfero nord, quando il sole entra nel Cancro e tocca il punto più alto del suo cammino. È uno dei quattro Sabba solari della Ruota dell’Anno, la festa del fuoco e della luce al culmine. Il nome viene dal calendario anglosassone, che chiamava giugno Aerra Litha, “prima di Litha”, e luglio Aeftera Litha, “dopo Litha”.

Come si festeggia Litha?

Litha si festeggia accendendo un fuoco, simbolo del sole al suo apice: un falò all’aperto, un braciere nel calderone o una corona di candele. Si veglia nella notte più breve per salutare l’alba, si raccolgono le erbe al culmine della loro virtù, si salta la fiamma per protezione e fortuna. Molti caricano i cristalli nella luce del giorno più lungo, intrecciano ghirlande di fiori, lasciano offerte agli spiriti di natura e interrogano la sorte in amore, come vuole la tradizione della vigilia.

Quali sono i colori di Litha?

I colori di Litha sono quelli del sole e della fiamma, ma i manuali divergono, e la divergenza va conosciuta. Sandra Kynes elenca blu, oro, verde e rosso; Anna Franklin indica bianco, il colore druidico della festa, con rosso, giallo, oro e tutti i colori del fuoco; Ann Moura sceglie per il suo altare candele blu. Nella pratica prevalgono l’oro e il giallo del sole al culmine, con il verde della terra in pieno rigoglio.

Qual è l’etimologia del nome Litha?

Il nome Litha viene dal calendario anglosassone: i Sassoni chiamavano giugno Aerra Litha, “prima di Litha”, e luglio Aeftera Litha, “dopo Litha”, e da qui si è ricavato il nome della festa di mezzo. La traduzione oscilla fra “luce” e “luna”: Anna Franklin riporta entrambe le letture, mentre Silver RavenWolf glossa il termine direttamente come “luna”. La Wicca moderna ha ripreso la parola per battezzare il Sabba del solstizio d’estate.

Perché è magica la notte di san Giovanni?

La notte fra il 23 e il 24 giugno eredita la carica della vigilia di mezza estate, una delle tre “notti degli spiriti” dell’anno secondo la tradizione riportata da Anna Franklin. Le erbe raccolte in questa notte erano credute al massimo della potenza, l’iperico appeso a porte e finestre era tenuto a difesa della casa, la rugiada del mattino era creduta portare salute e i falò di san Giovanni erano accesi a difesa di campi e bestiame. È la stessa notte in cui il folclore vuole le fate più attive e le streghe in volo verso i loro raduni.

Chi sono il Re Quercia e il Re Agrifoglio?

Il Re Quercia e il Re Agrifoglio sono, in molte tradizioni wiccan, due fratelli gemelli che si dividono l’anno. Il Re Quercia governa la metà crescente, da Yule a Litha; il Re Agrifoglio quella calante, da Litha a Yule. Al solstizio d’estate il Re Quercia cade e il potere passa al gemello scuro, perché il culmine della luce è anche l’inizio della discesa. Secondo i Farrar il dio caduto si ritira fra le stelle della Corona Boreale, la Caer Arianrhod celtica, in attesa della rinascita.

La luce del solstizio dura un giorno, il suo lavoro un anno intero. Se vuoi vedere dove porta la discesa che comincia qui, il racconto intero della Ruota dell’Anno ti aspetta, di Sabba in Sabba.

Fonti

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