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Diana, la dea della Luna: il volto lunare della stregoneria italiana

Ultimo aggiornamento e revisione:

Diana, la dea della Luna, è la signora della notte che la stregoneria italiana ha eletto a sua regina. Prima è dea romana della caccia e delle selve, sorella di Apollo il Sole; poi, per la sua stretta parentela con la luna, diventa la Dea sovrana di chi lavora al chiaro di luna. Charles Godfrey Leland, nel suo Aradia, or the Gospel of the Witches del 1899, la consegna alla stregoneria come madre di Aradia e signora della vecchia religione. Qui la incontri da dentro la pratica: il mito, il culto sopravvissuto nelle campagne toscane, il Vangelo delle streghe, la Dea triplice legata alle fasi lunari, e le corrispondenze magiche che ne fanno la porta d’accesso a ogni lavoro lunare.

Chi è Diana, la dea della Luna

Diana, la dea della Luna, è la divinità romana della luna, della caccia, delle selve e dei luoghi selvatici, identificata con l’Artemide greca e onorata come signora della notte. Nel mondo latino presiede il confine fra il bosco e il coltivato, fra il selvaggio e l’umano, e la luna è il suo occhio nel cielo. Raven Grimassi, in A Grimoire of Italian Witchcraft (2025), ricorda che il nome stesso è una dichiarazione: Diana viene dall’aggettivo dius, il cielo luminoso, e vale la luminosa. Non è un dettaglio da eruditi. La luce che porta è quella fredda e argentea del plenilunio, non quella solare del fratello.

Dall’Artemide greca alla Diana romana

Artemide e Diana sono lo stesso volto divino letto in due lingue. I Greci adorano Artemide, cacciatrice vergine, signora degli animali selvatici e delle fanciulle; i Romani la chiamano Diana e le costruiscono il celebre santuario di Nemi, sul lago vulcanico ai Colli Albani, dove il suo sacerdote regnava con la spada. La studiosa Marion Gibson, in Witchcraft Myths in American Culture (2007), segue proprio il filo di questa figura antica fino alla stregoneria moderna. Da un lato la vergine armata di arco, dall’altro la nutrice della luna: la stessa dea porta insieme la castità e la potenza generatrice, e questa tensione la rende adatta a presiedere il ciclo che cresce e cala. La sua voce, per chi pratica, arriva sempre di notte.

La luminosa: il nome e i suoi volti

Se Diana significa la luminosa, la sua luce ha molte fasi. Grimassi la colloca dentro una triade romana antichissima, che unisce Ecate, Diana e Proserpina: tre nomi per la stessa signora, letti secondo il cielo, la terra e il mondo di sotto. È un’idea che tornerà utile più avanti, quando parleremo della Dea triplice e delle fasi lunari. Per ora tieni a mente questo: Diana non è mai una figura piatta. È cacciatrice e nutrice, vergine e madre, luce e ombra. Chi la invoca sceglie quale volto chiamare, e la scelta cambia il lavoro.

La Luna e la caccia: i due volti della dea

I due volti di Diana, la luna e la caccia, non si contraddicono: si spiegano a vicenda. La cacciatrice si muove di notte, nei boschi, sotto il cielo aperto, e la luna è la sua lampada e la sua alleata. Oliver Madox Hueffer, nel suo The Book of Witches (1908), lo dice con parole nette: Diana, per la sua stretta connessione con la luna, sta alla pari di Ecate, e le leggende italiane la incoronano concordi regina delle streghe. Il suo emblema è la falce lunare, la luna cornuta che porta sul capo o fra i capelli. L’arco che tende è la stessa curva della luna crescente. Cacciare e illuminare, per lei, sono un solo gesto.

La falce, l’arco e la cerva

I simboli di Diana disegnano la sua sfera meglio di qualsiasi definizione. La luna cornuta, prima di tutto: la mezzaluna che i devoti riproducono persino nei dolci rituali, come vedremo. Poi l’arco e la faretra, segni della cacciatrice, e la cerva, l’animale che le corre accanto e che nessuno può colpire senza offenderla. Nel folklore italiano si aggiunge la cimaruta, l’amuleto a forma di ramo di ruta con la luna, la mano e altri segni, portato contro il malocchio proprio sotto la sua protezione. Ogni simbolo è una porta. Chi lavora con Diana sceglie il segno che parla al suo intento e lo pone sull’altare, non come ornamento ma come richiamo.

Il mito della creazione di Diana

Nel Vangelo raccolto da Leland, Diana non è soltanto una dea fra le tante: è il principio da cui tutto nasce. Il testo la pone prima di ogni creazione, come tenebra originaria che si divide da sé in ombra e luce. Da quella scissione nasce il fratello Lucifero, il portatore di luce, di cui la dea si innamora. È una cosmogonia notturna, dove la luce è figlia della tenebra e non il contrario. Leggila nella sua forma antica, che conserva tutta la sua forza:

«…Diana fu la prima creata prima di ogni creazione; in lei erano tutte le cose; da se stessa, la prima tenebra, si divise; in tenebra e luce si divise…», Charles Godfrey Leland, Aradia, or the Gospel of the Witches

Questa Diana non somiglia alla vergine severa dei manuali di mitologia. È una potenza generatrice, quasi una dea madre del cosmo, e proprio questa ampiezza spiega perché la stregoneria l’abbia scelta.

Il Vangelo conserva anche l’eco di miti lunari più dolci. Un suo capitolo racconta di Tana, cioè Diana, e di Endamone, il pastore Endimione che la luna ama e veglia nel sonno. È lo stesso motivo classico della dea che scende a baciare l’amato addormentato, notte dopo notte. Leland intitola un altro capitolo proprio Tana o Diana, la dea-luna, a suggello del fatto che, sotto ogni volto, è sempre la luna a parlare. Questi racconti non sono digressioni: mostrano come la stregoneria toscana avesse fatto della signora lunare la protagonista di un intero ciclo di storie.

Diana regina delle streghe e la vecchia religione

Diana regina delle streghe è la figura al centro della vecchia religione, la vecchia religione di cui parla Leland. Secondo il suo Vangelo, la stregoneria è nota ai suoi devoti come la vecchia religione, di cui Diana è la Dea e sua figlia Aradia, o Erodiade, la messia. Non è una fede improvvisata: è la sopravvivenza, sotto la vernice cristiana, di un culto antichissimo della luna. Hueffer conferma che in Toscana, come in altre parti d’Italia e d’Europa, Diana fu venerata a lungo dopo che il cristianesimo era ormai padrone. Il popolo continuava a rivolgersi alla dea della notte quando la Chiesa guardava altrove.

La vecchia religione: Diana venerata in Toscana

Il cuore del Vangelo di Leland è la Toscana contadina di fine Ottocento. Lì l’autore, tramite la sua informatrice Maddalena, raccoglie incantesimi, benedizioni e leggende in cui Diana è ancora viva. Le stesse streghe italiane, le strege, portano un nome che viene dalle striges latine, gli uccelli notturni di malaugurio: già la parola le lega alla notte e alla luna. Leland parla del suo lavoro come del tentativo di dissotterrare qualcosa dal vulcano spento della stregoneria italiana. L’immagine è precisa. Sotto la cenere, la brace covava ancora, e Diana ne era il fuoco.

Il patronato di Diana sulla stregoneria non nasce nel Medioevo. Già Orazio, nel primo secolo avanti Cristo, nella sua ode contro la maga Canidia, mette in bocca alla strega un’invocazione alla notte e a Diana, chiamate a vegliare sulle sue operazioni segrete. Hueffer riporta il passo come prova che, molto prima delle leggende toscane, la dea della luna era già la protettrice di chi praticava l’arte. La linea è lunga e ininterrotta. Dalla maga romana che invoca Diana e il silenzio complice della notte, fino alle strege che nell’Ottocento recitavano ancora le sue formule, è sempre la stessa signora a rispondere.

Perché le streghe sono le figlie nascoste della Dea?

Perché la luna, e non il sole, per le streghe? Grimassi offre una risposta che parla da dentro la pratica. Le streghe si radunavano di notte e appartenevano a una società segreta: erano perciò note come le figlie nascoste della Dea. Nella luce lunare trovavano un’illuminazione più morbida, contraria a quella diurna delle religioni ufficiali. La notte era il loro tempio, e la luna la lampada sull’altare del cielo. In questa cornice Diana non è un idolo lontano: è la presenza sotto cui si lavora, si invoca, si tesse l’incantesimo. Onorarla significa riconoscere che il potere magico ha una sua ora, e quell’ora è notturna.

Quanto è antica questa fede? Leland la considera una contro-religione sopravvissuta dalla preistoria fino ai suoi giorni, e porta una prova che colpisce. Già nel sesto secolo un concilio della Chiesa, riunito ad Ancira, condannava il culto che le streghe rendevano a Erodiade e a Diana. Se l’autorità sentiva il bisogno di proibirlo, quel culto era vivo e diffuso. La vecchia religione, insomma, non è una fantasia romantica dell’Ottocento. È la traccia lunga di una devozione popolare alla dea della luna, che le autorità combatterono per secoli senza mai spegnerla del tutto.

Chi cercava Diana, nel Vangelo, non era sempre il devoto irreprensibile. Leland la descrive come la protettrice degli abbandonati da ogni dio, dei reietti e dei minori della luna, come li avrebbe chiamati il Falstaff di Shakespeare. Nell’antica Roma come nel folklore contadino si riconosceva che nessuno è tanto vile da perdere ogni diritto a una protezione divina, e Diana era proprio questa custode degli ultimi. È un tratto che la avvicina a chi la stregoneria l’ha sempre praticata ai margini, lontano dagli altari ufficiali e dalla luce del giorno.

Aradia, la figlia di Diana: il Vangelo delle streghe

Aradia, la figlia di Diana, è la messia delle streghe: la dea mandata sulla terra a insegnare l’arte. Nel racconto di Leland, Diana genera Aradia dall’unione con il fratello Lucifero, e poi la invia fra gli uomini perché insegni la stregoneria agli oppressi. Aradia è quindi metà divina e metà terrena, un ponte fra il cielo lunare e le campagne. Il suo nome è la forma toscana di Erodiade, la figura che il folklore medievale associava ai cortei notturni delle donne che seguono Diana. Nel Vangelo delle streghe, la madre è la Dea e la figlia è la maestra: due volti di un’unica trasmissione.

Diana e Lucifero: la nascita di Aradia

La genealogia divina del Vangelo è audace. Diana desidera il fratello Lucifero, la sua stessa luce, e per averlo ricorre a un inganno: prende la forma di una gatta, l’animale che lui ama, e così lo raggiunge nel buio. Da quell’unione nasce Aradia. Il dettaglio della gatta non è casuale, e tornerà fra le corrispondenze: il felino, con gli occhi che si dilatano e si stringono, è da sempre creatura lunare. Qui interessa il senso della storia. La stregoneria si dà una madre celeste e una figlia terrena, e attraverso Aradia rivendica un’origine divina, non diabolica, per la propria arte.

Aradia mandata a insegnare la stregoneria

La missione di Aradia è precisa: scendere sulla terra per essere maestra di donne e uomini che vogliano studiare la stregoneria. Diana la manda a insegnare l’arte a chi è povero e perseguitato, perché possa difendersi dai potenti. Qui il Vangelo di Leland mostra il suo lato di riscatto sociale, che studiosi come Ronald Hutton, in The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991), hanno letto con occhio critico, distinguendo il documento folklorico dalla sua rielaborazione ottocentesca.

Che cosa insegnò Aradia, secondo il Vangelo? Un intero corredo di arti magiche. Il testo raccolto da Leland la dice maestra nel benedire e maledire con potere amici e nemici, nel conversare con gli spiriti, nel trovare i tesori nascosti fra le rovine antiche, nell’intendere la voce del vento e nel divinare con le carte e con i segreti della mano. C’è persino l’arte di ammansire le bestie selvatiche e quella di rendere bella una cosa brutta. È un catalogo di stregoneria contadina, pratico e terrestre, che nulla ha del salotto occulto e tutto della vita nei campi, dove la magia serviva a difendersi e a resistere.

Vale la pena aggiungere un filo sottile. Nella sua appendice, Leland stesso nota che dietro Erodiade si intravede una figura ben più antica, una regina della notte gemella di Lilith: un rimando che apre la porta al lato oscuro del femminile lunare, di cui parleremo altrove.

La Dea triplice e le fasi della Luna

La Dea triplice è il modo in cui la stregoneria legge Diana lungo le fasi della luna: un solo volto divino in tre aspetti. Come la luna cresce, si colma e cala, così la Dea è fanciulla, madre e anziana. Diana presiede l’intero ciclo, ma cambia nome e carattere a seconda del momento. Grimassi richiama la triade romana di Ecate, Diana e Proserpina proprio in questa chiave: un’unica signora letta secondo il cielo lunare, la terra fertile e il mondo di sotto. Per chi pratica, riconoscere la fase significa sapere quale volto della Dea chiamare, e quale lavoro le è congeniale.

Diana, Selene ed Ecate

Tre nomi accompagnano spesso Diana nel pensiero magico. Selene è la luna piena e luminosa, il plenilunio che colma ogni cosa. Diana è la cacciatrice della luna crescente e calante, la signora del bosco che accompagna il ciclo. Ecate è il volto della luna oscura, la dea dei trivi e del mondo di sotto, che presiede la notte senza luna. Non sono la stessa figura appiattita, ma tre facce di una stessa realtà lunare, che le fonti tengono distinte e insieme. Chi lavora sceglie il volto secondo l’intento: piena luce per manifestare, luce calante per sciogliere, buio per il lavoro più profondo.

C’è una ragione ancora più profonda che lega la Dea alla luna. Grimassi riferisce un’antica credenza della stregoneria italiana: le anime dei morti dimorano nel Regno Lunare mentre attendono di rinascere. La luna diventa così la casa provvisoria di chi non c’è più, e il plenilunio il tempo per ricordare e comunicare con chi ci ha preceduto. Diana, signora di quel regno, custodisce anche il passaggio fra le vite. Questo spiega perché tanto lavoro lunare abbia a che fare con la memoria, con gli antenati e con il ciclo che non finisce mai per davvero.

Dalla luna piena alla luna nera: il ciclo della Dea

Seguire Diana significa seguire la luna in tutte le sue stazioni. Alla luna piena la Dea è colma e generosa, ed è l’ora dell’esbat, la riunione delle streghe sotto il plenilunio. Con la luna calante il suo volto si vela, e il lavoro passa dal far crescere allo sciogliere e liberare. Alla luna nuova, il buio prima del ritorno, la Dea si ritira nel mondo di sotto, ed è il momento del silenzio e dei semi nascosti. Ogni fase è una porta diversa dello stesso ciclo. È lo stesso respiro lunare che percorre tutta la nostra guida alle fasi della luna, di cui Diana è, in fondo, il volto divino.

Le corrispondenze magiche di Diana

Le corrispondenze magiche di Diana ruotano tutte attorno alla luna e ai suoi alleati. Essendo una divinità lunare, la dea condivide la sfera del suo astro: il metallo, le pietre, le piante e gli animali che la tradizione lega alla luna diventano suoi. Cornelius Agrippa, nei suoi Three Books of Occult Philosophy del 1533, elenca fra le cose lunari l’argento tra i metalli, il cristallo e la selenite tra le pietre, e fra gli animali i cani e il gatto, quest’ultimo lunare per gli occhi che seguono le fasi. La selenite, scrive, porta in sé la figura della luna, che in essa cresce e cala. Il legame con il felino chiude il cerchio del mito: la gatta in cui Diana si trasformò è essa stessa creatura della luna.

Argento, selenite e artemisia

Ogni corrispondenza è un filo che riporta alla dea. L’argento è il suo metallo, la luce lunare fatta materia. La selenite, che già nel nome greco richiama Selene, è la pietra che imita il ciclo dell’astro. Fra le erbe, Nicholas Culpeper, nel suo The English Physician del 1653, elenca sotto la luna la lunaria, i gigli d’acqua e le rose bianche, e scrive che la luna possiede la sua erba. L’artemisia porta addirittura il nome di Artemide, il volto greco di Diana, e da sempre le è consacrata. Queste sono affinità simboliche, alleate del lavoro rituale, non rimedi da assumere: l’asse resta magico, mai corporeo.

Anche il mondo vivente segue la Dea. Giambattista della Porta, nella sua Magia naturalis (nell’edizione inglese Natural Magick del 1658), descrive un’erba lunare che mette una foglia per ogni giorno di luna crescente e ne perde una per ogni giorno di calare, come un piccolo calendario vegetale. E osserva gli occhi dei gatti, che si allargano e si stringono seguendo la luce della luna. Sono note antiche, a metà fra la magia e la scienza naturale del tempo. Ci ricordano che, per l’occhio magico, ogni cosa lunare porta impressa la firma della sua signora.

Ambito Affinità Fonte
Astro la Luna: Diana è la dea-luna, Tana Charles Godfrey Leland, Aradia (1899); Oliver Madox Hueffer, The Book of Witches (1908)
Nome la luminosa (da dius); triade Ecate-Diana-Proserpina Raven Grimassi, A Grimoire of Italian Witchcraft (2025)
Metallo argento Cornelius Agrippa, Occult Philosophy, Libro I (1533)
Pietre cristallo e selenite (imita la luna che cresce e cala) Cornelius Agrippa, Occult Philosophy, Libro I (1533)
Animali il gatto e i cani Cornelius Agrippa (1533); Charles Godfrey Leland, Aradia (1899)
Erbe lunaria, gigli d’acqua, rose bianche, artemisia Nicholas Culpeper, The English Physician (1653)
Simbolo la luna cornuta, l’arco, la cerva Oliver Madox Hueffer, The Book of Witches (1908)

Il simbolo suprema resta la falce lunare, e la tradizione lo ha impresso persino nel cibo rituale. Hueffer descrive un’usanza toscana sopravvissuta fino ai suoi anni:

«…piccoli dolci di farina, sale, miele e acqua si fanno ancora nella forma della luna cornuta di Diana, e si cuociono dopo un’incantazione alla dea…», Oliver Madox Hueffer, The Book of Witches

Un dolce a forma di mezzaluna, offerto con una formula: ecco la corrispondenza che si fa gesto. La dea entra nella materia più umile, la farina e il miele, e la mezzaluna diventa la sua firma sulla mensa.

Onorare Diana oggi: l’esbat e il trarre giù la Luna

Onorare Diana oggi significa lavorare al ritmo della luna e riconoscerla come signora della notte. La pratica non chiede templi né sacerdozi: chiede attenzione al cielo e agli strumenti giusti. Il momento classico è l’esbat, la riunione che si tiene alla luna piena, distinta dai grandi sabba stagionali. Doreen Valiente, in Witchcraft for Tomorrow (1978), descrive le streghe che raggiungevano il luogo del raduno lungo i sentieri illuminati dalla luna, avvolte nelle vesti scure. È un’immagine sobria e concreta. Non c’è nulla di teatrale: c’è una notte, una luna e chi le va incontro con rispetto.

Il cerchio sotto la luna piena

Il rituale di luna piena è il modo più antico di rendere onore alla Dea. Grimassi ne conserva una forma solitaria: si traccia il cerchio, si guarda la luna o un suo simbolo, e si pronuncia l’adorazione alla Grande Diana, dea della luna e della notte. Sul suo altare trovano posto gli alleati che abbiamo elencato: una candela d’argento o bianca, una selenite, un ramo d’artemisia, l’immagine della mezzaluna. Il gesto è semplice e antichissimo. Alzare lo sguardo, riconoscere la presenza, offrire parole e non pretendere nulla. La luna piena è la sua ora piena, quando la Dea è più vicina e il lavoro di raccoglimento magico trova la sua misura.

Nella forma tramandata da Grimassi il gesto centrale è semplice e potente. Con le mani si forma un triangolo, unendo pollici e indici, e dentro quell’apertura si racchiude la luna o la sua immagine: è il segno della manifestazione, che accoglie la luce della Dea. Poi si recita l’adorazione alla sorgente di ogni illuminazione, chiedendo che rischiari la mente e purifichi l’animo. Alla fine si depongono le offerte al quarto d’occidente, in ginocchio davanti ad esse. Non si domanda un favore. Si rende onore, e si lascia che la presenza faccia il resto.

Che cos’è il trarre giù la Luna?

Fra i gesti della stregoneria, il più celebre legato a Diana è il trarre giù la Luna, l’atto in cui la sacerdotessa invita la Dea a scendere e a parlare attraverso di lei. È un’eredità antica: già la magia astrale del Picatrix, il grande manuale medievale, conserva invocazioni alla luna piena di luce, alla quale si rivolgono preghiere e suffumigi nella notte. La formula latina che il testo tramanda si apre proprio rivolgendosi alla Luna colma di splendore. Chi lavora con Diana raccoglie questa linea e la porta al presente: la voce si volge al cielo, la luce cala nel cerchio, e per un istante la signora della notte e chi la invoca diventano una cosa sola. È il vertice del lavoro lunare, e la ragione per cui, in fondo, tutto il ciclo torna sempre a lei.

Quando rivolgersi a Diana? Il calendario del cielo lo dice da sé. La luna piena è il suo momento più colmo, quello dell’esbat e del trarre giù la Luna. La luna crescente accompagna i lavori che vogliono aumentare, la calante quelli che vogliono sciogliere, la luna nuova il silenzio e i nuovi inizi. Seguire Diana significa perciò imparare a leggere le fasi e a scegliere l’ora giusta per ogni tuo intento. È lo stesso respiro che regola tutta la pratica lunare, e che fa della dea non un idolo da adorare una volta sola, ma una presenza da frequentare lungo tutto il mese.

Domande frequenti su Diana, la dea della Luna

Cosa rappresenta la dea Diana?

Diana rappresenta la luna, la caccia, le selve e la notte. È la divinità romana dei luoghi selvatici e degli animali, identificata con l’Artemide greca, e insieme la signora della luna. Nella stregoneria italiana diventa la Dea suprema, madre di Aradia e regina delle streghe, secondo il Vangelo raccolto da Charles Godfrey Leland nel 1899. Riunisce in sé la vergine cacciatrice e la potenza generatrice della luna.

Diana è anche la dea della Luna?

Sì. Pur essendo nota soprattutto come dea della caccia, Diana è pienamente una dea lunare, e proprio la luna la lega alla stregoneria. Oliver Madox Hueffer, nel 1908, scrive che la sua stretta connessione con la luna la pone alla pari di Ecate e ne fa la regina delle streghe. Nel Vangelo delle streghe è chiamata Tana, la dea-luna. La luce che porta è quella argentea del plenilunio.

Qual è il mito della dea Diana?

Il mito stregonico di Diana la pone prima di ogni creazione, come tenebra originaria che si divide in ombra e luce. Dalla luce nasce il fratello Lucifero, di cui la dea si innamora; per unirsi a lui prende la forma di una gatta, e da quell’unione nasce Aradia. È la cosmogonia che Leland raccoglie in Toscana. Accanto vive il mito classico della cacciatrice vergine, signora del santuario di Nemi.

Chi era Aradia, la figlia di Diana?

Aradia è la figlia di Diana e Lucifero, mandata sulla terra a insegnare la stregoneria agli oppressi. Nel Vangelo di Leland è la messia delle streghe, metà divina e metà terrena, che trasmette l’arte a donne e uomini perché possano difendersi dai potenti. Il suo nome è la forma toscana di Erodiade, figura che il folklore legava ai cortei notturni al seguito di Diana.

Che cosa significa il nome Aradia?

Aradia è la forma popolare toscana del nome Erodiade. Nel folklore medievale Erodiade era associata alle donne che seguono di notte la dea Diana, e da lì il nome passò alla figura della prima strega. Nel Vangelo di Leland indica la figlia divina di Diana. Lo stesso autore, nell’appendice, collega Erodiade a più antiche regine della notte, in un intreccio di miti sulla signora della magia.

Diana e Artemide sono la stessa dea?

Sì, sono lo stesso volto divino in due tradizioni. I Greci la chiamano Artemide, i Romani Diana, e già nell’antichità le due figure vengono identificate. Entrambe sono vergini cacciatrici, signore degli animali selvatici e della luna. La versione romana, radicata nel santuario di Nemi, è quella che la stregoneria italiana eredita e trasforma nella sua Dea lunare, madre di Aradia.

Fonti

  • Charles Godfrey Leland, Aradia, or the Gospel of the Witches (1899), pp. 2-3, 8, 16, 60-61. Internet Archive
  • Oliver Madox Hueffer, The Book of Witches (1908), pp. 87-89. Internet Archive
  • Raven Grimassi, A Grimoire of Italian Witchcraft: Practical Spells & Rituals of the Old Religion (2025), pp. 158-159. WorldCat
  • Heinrich Cornelius Agrippa, Three Books of Occult Philosophy, Book I (1533), cap. xviii, pp. 32-33 e 38-39. Esoteric Archives
  • Nicholas Culpeper, The English Physician (Complete Herbal) (1653), pp. 13-18 e 172-173. Project Gutenberg
  • John Baptista Porta (Giambattista della Porta), Natural Magick (1658), cap. VII; pagina non riportata dalla fonte. Internet Archive
  • pseudo-Maslama al-Magriti, Picatrix (versione latina), Libro IV, p. 147; anno non riportato dalla fonte. Esoteric Archives
  • Doreen Valiente, Witchcraft for Tomorrow (1978), p. 177. Internet Archive
  • Marion Gibson, Witchcraft Myths in American Culture (2007), pagina non riportata dalla fonte. WorldCat
  • Ronald Hutton, The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991), pagina non riportata dalla fonte. WorldCat

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