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Wicca, stregoneria e paganesimo non sono la stessa cosa, e confonderli è l’errore più comune di chi si affaccia a questi mondi. La Wicca è una religione precisa, nata nell’Inghilterra del Novecento. Il paganesimo è una categoria che raccoglie molte religioni diverse legate alla natura. La stregoneria è una pratica, l’arte di lavorare con energie e simboli, e può vivere dentro o fuori da qualunque fede. I tre termini si sfiorano, si sovrappongono in parte, ma non coincidono. Chi cerca un cammino ha bisogno di sapere cosa sta scegliendo: una religione strutturata con la sua comunità, una spiritualità della terra senza dogmi, oppure una tecnica pratica da usare come strumento. Qui sciogliamo il nodo, con ordine e con le fonti in mano.
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TogglePartiamo dalla distinzione essenziale, quella che tiene in piedi tutto il resto. La Wicca è una religione; il paganesimo è un contenitore di religioni; la stregoneria è una pratica. Sono tre livelli diversi, non tre nomi per la stessa cosa. Una persona può essere tutte e tre insieme, oppure solo una. Un wiccan è sempre pagano e pratica sempre magia. Un pagano può non essere né wiccan né strega. Una strega può non essere né pagana né wiccan. Tenere separati questi piani è la chiave per non fare confusione.
L’autore Scott Cunningham, nel suo Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner (1988), fissa i confini in modo netto nel glossario dell’opera. Definisce la Wicca come una religione neopagana con radici nello sciamanesimo e nelle più antiche forme di reverenza per la natura, imperniata sulla venerazione della Dea e del Dio, sulla reincarnazione e sull’osservanza dei cicli lunari e stagionali. La stregoneria, invece, la definisce come qualcosa di diverso: l’arte della strega, cioè la magia che usa il potere personale insieme alle energie racchiuse nelle pietre, nelle erbe e negli oggetti naturali.
«…La stregoneria è l’arte della strega: magia, in particolare la magia che utilizza il potere personale insieme alle energie racchiuse in pietre, erbe, colori e altri oggetti naturali. Anche se può avere sfumature spirituali, la stregoneria, in questa accezione, non è una religione…», Scott Cunningham, Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner
Questa è la frase da tenere a mente. La stregoneria opera sul piano pratico, non su quello teologico. Non chiede credenze, non prevede divinità obbligatorie, non ha comandamenti. Per questo può convivere con la Wicca, con altre religioni pagane, perfino con il cristianesimo o con l’ateismo. Il paganesimo, dal canto suo, è ancora un’altra cosa: una famiglia di spiritualità diverse, tenute insieme dall’orientamento verso la natura e dalle radici pre-cristiane, senza un credo unico che le riassuma. La tabella che segue riassume la differenza a colpo d’occhio.
| Termine | Che cos’è | Fonte |
|---|---|---|
| Wicca | Una religione neopagana specifica, con Dea e Dio, festività proprie e un codice etico (il Rede) | Scott Cunningham, Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner (1988) |
| Paganesimo | Una categoria ombrello che raccoglie molte religioni della natura, politeiste e pre-cristiane | Jonathan Durrant e Michael D. Bailey, Historical Dictionary of Witchcraft (2003) |
| Stregoneria | Una pratica magica, non una religione: l’uso di energie e simboli per produrre cambiamenti | Scott Cunningham, Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner (1988) |
La Wicca è la più diffusa delle religioni pagane nel mondo anglofono, e anche la più giovane. Nasce in Inghilterra a metà del Novecento e da lì si è irradiata in Europa, nelle Americhe e in Oceania. James R. Lewis, nella sua Witchcraft Today: An Encyclopedia of Wiccan and Neopagan Traditions (1999), la colloca al centro del movimento neopagano: le organizzazioni wiccan, scrive, sono diventate la forma primaria di neopaganesimo, tanto che gli aderenti negli Stati Uniti si contavano già allora nell’ordine delle centinaia di migliaia. È un dato che sorprende chi immagina ancora la strega come una figura da fiaba. Qui invece parliamo di persone che rivendicano una religione, con la stessa serietà con cui altri si dicono ebrei o cattolici.
Che si tratti di una fede riconosciuta, e non di un passatempo, lo dicono anche le istituzioni. Scott Cunningham, in Living Wicca (1993), nota che l’esercito degli Stati Uniti istruisce i propri cappellani a riconoscere la Wicca come una legittima religione alternativa, e che alcuni gruppi wiccan hanno ottenuto lo statuto di chiese esentasse. L’opera di Durrant e Bailey ricorda del resto che la Church of Wicca, fondata da Gavin e Yvonne Frost, fu la prima organizzazione del genere a ottenere, nel 1972, il riconoscimento federale come religione negli Stati Uniti. La strada verso la piena accettazione resta in salita, ma la Wicca è a tutti gli effetti una religione, con i suoi luoghi, i suoi sacerdoti e i suoi diritti.
Il nome legato alla nascita della Wicca è quello di Gerald Brosseau Gardner (1884-1964), funzionario coloniale britannico e appassionato di occultismo. Lo storico Ronald Hutton, nella sua opera di riferimento The Triumph of the Moon: A History of Modern Pagan Witchcraft (1999), fa risalire proprio a Gardner e alla sua cerchia l’origine del paganesimo moderno, sbocciato nell’Inghilterra di metà secolo dalle correnti del revival occulto. Gardner sosteneva di essere stato iniziato nel 1939 a una congrega di streghe ereditarie della New Forest, nell’Hampshire, un gruppo che secondo lui custodiva un’antica religione pre-cristiana. Murphy Pizza e James R. Lewis, nel loro Handbook of Contemporary Paganism (2009), datano quell’iniziazione al settembre 1939, nella cerchia di occultisti raccolta attorno alla Fellowship of Crotona.
La ricerca storica ha smontato buona parte del racconto originario. James R. Lewis, nell’introduzione alla sua Witchcraft Today, ricostruisce come il piccolo circolo di occultisti attorno a Dorothy Clutterbuck e a Gardner abbia dato forma, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, a quella che sarebbe diventata la New Forest Coven. Studi come The Rebirth of Witchcraft di Doreen Valiente e i lavori di Aidan Kelly, ricorda ancora Lewis, hanno mostrato con chiarezza che la stregoneria moderna fu una creazione di Gardner. Una religione nuova costruita a partire da materiali antichi, dunque, e non un residuo medievale sopravvissuto nell’ombra. Lo stesso Gardner, nel 1952, acquistò sull’Isola di Man il museo della stregoneria che gli permise di esporre le sue collezioni e di dare corpo pubblico al movimento.
La studiosa che gli fornì l’impalcatura teorica fu l’egittologa Margaret Murray. L’Historical Dictionary of Witchcraft (2003) di Jonathan Durrant e Michael D. Bailey ricostruisce la vicenda: Murray, nel suo The Witch-Cult in Western Europe (1921), aveva teorizzato che la stregoneria storica fosse la sopravvivenza clandestina di un culto pagano della fertilità, e proprio lei firmò l’introduzione a Witchcraft Today di Gardner. In quelle pagine, riportate dalla prefazione moderna a The Meaning of Witchcraft (1959), Murray definì le credenze descritte da Gardner “una vera sopravvivenza e non una semplice rinascita copiata dai libri”. La tesi di Murray è oggi quasi del tutto smentita dagli storici. Gardner stesso, come nota Hutton, attinse a fonti disparate per costruire i suoi rituali: la Chiave di Salomone, la Goetia, gli scritti di Aleister Crowley, i tarocchi, l’opera di Charles Godfrey Leland e i libri della stessa Murray. Quella stessa prefazione osserva senza giri di parole che ciò che Gardner e i suoi collaboratori fecero fu “sviluppare una religione nuova di zecca, per quanto incorniciata come antica”.
Un altro nome pesa su questa storia: Aleister Crowley. Lo stesso dizionario di Durrant e Bailey spiega che il principio di Crowley “fa’ ciò che vuoi sarà tutta la legge”, tratto dal suo The Book of the Law (1904), è con ogni probabilità la matrice diretta del Rede wiccan. Molti degli elementi crowleyani più espliciti vennero poi rimossi da Gardner e soprattutto dalla sua sacerdotessa Doreen Valiente. Il passaggio decisivo, quello che rese la Wicca finalmente dicibile, fu giuridico. Gardner, in The Meaning of Witchcraft, ricorda che nel 1736 il Witchcraft Act del 1604 di re Giacomo I fu abrogato e sostituito da una legge che dichiarava semplicemente inesistente la stregoneria; quella norma settecentesca fu a sua volta abrogata nel 1951, e solo allora poté ammettere pubblicamente l’esistenza della sua religione. Lo storico Ronald Hutton, in The Pagan Religions of the Ancient British Isles (1991), fissa proprio in quell’abrogazione l’inizio della storia pubblica della Wicca.
La Wicca non ha un catechismo unico, eppure alcuni principi ritornano nella maggior parte delle tradizioni. Il primo è la dualità divina. La Wicca venera una Dea e un Dio, il principio femminile e quello maschile dell’universo. Cunningham, in Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner, li descrive come pari, caldi e vicini, presenti ovunque nella natura più che chiusi in un cielo lontano: la Dea legata alla luna, alla terra e alla fertilità, il Dio al sole, ai boschi e al ciclo della vegetazione. Alcune tradizioni pongono l’accento sulla Dea, altre tengono i due poli in equilibrio.
Il secondo principio è la sacralità della natura. Il mondo naturale non è uno sfondo, è manifestazione del divino: le stagioni, le fasi lunari, i cicli della terra sono espressioni delle forze sacre e meritano rispetto. Il terzo è il celebre codice etico, il Rede wiccan. Janet e Stewart Farrar, in A Witches’ Bible (1981), lo riportano nella sua forma classica: “Otto parole compongono il Rede wiccan: se non nuoci a nessuno, fa’ ciò che vuoi”. Chiede responsabilità personale: ogni azione resta libera finché non causa danno. I Farrar precisano che l’etica wiccan è positiva più che proibitiva, più vicina a “beato colui che” che a “non devi”. Lady Sabrina, in Exploring Wicca (2000), aggiunge un altro tratto tipico: i wiccan non riconoscono alcun “male assoluto” e non venerano nessuna entità chiamata Satana o diavolo, figura che appartiene all’immaginario cristiano e non al loro.
C’è poi la Legge del Tre, per cui ogni azione, benefica o dannosa, tornerebbe a chi la compie moltiplicata per tre. È un principio che scoraggia la magia dannosa per ragioni pratiche oltre che morali. Questa legge, osserva James R. Lewis, sembra essere stata introdotta con la tradizione gardneriana e non ha alcun legame noto con le magie popolari più antiche: è un tratto specifico della Wicca, non un’eredità del folklore. Infine la reincarnazione. Cunningham osserva che la maggior parte dei wiccan crede in una qualche forma di rinascita, intesa come un cammino dell’anima attraverso più vite umane. Lewis aggiunge una sfumatura: per molti neopagani la rinascita vale come un dono più che come una condanna da cui affrancarsi, la promessa di ritrovare chi si è amato.
Un tratto ricorrente riguarda il volto della Dea. Il Handbook of Contemporary Paganism ricorda che i wiccan riconoscono l’aspetto triplice della Grande Dea: la Fanciulla, la Madre e l’Anziana, le tre età della donna e insieme le fasi della luna, dalla crescente alla piena alla calante. È un’immagine che torna anche nel testo liturgico più amato della tradizione, la Carica della Dea, che apre con le parole della Grande Madre chiamata “un tempo tra gli uomini Artemide, Astarte, Diana, Arianrhod, Cerridwen e con molti altri nomi”, secondo la versione riportata da James R. Lewis nella sua enciclopedia. È qui che la Wicca mostra il suo cuore devozionale, quella dimensione di culto che la distingue da una semplice tecnica magica.
Il tempo sacro della Wicca gira intorno a due cicli, quello solare e quello lunare. Il primo è la Ruota dell’Anno, otto festività chiamate sabbat. Quattro coincidono con i solstizi e gli equinozi, quattro segnano i punti intermedi. Doreen Valiente, in Witchcraft for Tomorrow (1978), li descrive come i raggi di una ruota: quattro Grandi Sabbat (Candelora, Calendimaggio, Lammas e la vigilia d’inverno di Samhain) e quattro Sabbat Minori legati ai passaggi astronomici. Ogni sabbat celebra un momento del ciclo agricolo e del racconto sacro della Dea e del Dio. Samhain, il 31 ottobre, apre l’anno wiccan ed è la notte in cui il confine tra i mondi si fa più sottile; Beltane, il primo maggio, canta la fertilità e l’unione sacra.
Il secondo ciclo è quello lunare. Gli esbat sono le riunioni della congrega alla luna piena, di norma tredici all’anno, come ricordano Murphy Pizza e James R. Lewis nel loro Handbook of Contemporary Paganism. Durante gli esbat si lavora con la magia e si onora la Dea nella sua forma lunare. Questa attenzione al calendario non è un dettaglio: è la struttura stessa che tiene insieme le diverse scuole. Come scrivono i Farrar in A Witches’ Bible, esiste una cornice comune a tutti i cammini wiccan, e sono proprio le Otto Feste, perché la Wicca è, prima di ogni scuola, una religione e un’arte orientate alla natura.
La Wicca non è un blocco unico. Al suo interno convivono tradizioni con caratteri propri, e conoscerle aiuta a non appiattire tutto su un’unica etichetta. La più antica è la Wicca gardneriana, quella fondata da Gardner: richiede l’iniziazione da parte di una congrega esistente, è organizzata su tre gradi e pratica in nudità rituale, lo skyclad. Il sistema a tre gradi, spiega James R. Lewis in Witchcraft Today, deriva da quello delle logge azzurre della massoneria. Susan Greenwood, nel suo studio antropologico Magic, Witchcraft and the Otherworld (2000), conferma che la Wicca poggia su una struttura gerarchica di gradi iniziatici, dove la somma sacerdotessa è “prima tra pari”.
Dalla gardneriana derivò negli anni Sessanta la Wicca alexandriana, fondata da Alex Sanders. J. Gordon Melton, nella sua Encyclopedia of Occultism & Parapsychology (2001), ricorda che Sanders si autoproclamò “re delle streghe”. I Farrar, in A Witches’ Bible, raccontano senza indulgenza come Sanders, dopo aver tentato invano di entrare in una congrega gardneriana, si procurò una copia del Libro delle Ombre e fondò la propria congrega, aggiungendovi liberamente elementi magici di ogni provenienza. Un’altra corrente è la Wicca dianica, incentrata quasi solo sulla Dea e spesso di orientamento femminista. James R. Lewis, in Witchcraft Today, la lega alla figura di Zsuzsanna Budapest, che sviluppò la prima congrega dianica, la Susan B. Anthony Coven, come spazio di sole donne. Infine c’è la Wicca eclettica, la più libera: praticanti che combinano elementi di diverse tradizioni secondo la propria sensibilità, spesso da soli, senza appartenere ad alcuna congrega. Kaatryn MacMorgan, in All One Wicca (2001), la descrive come un’universalità che accoglie il cammino personale di ciascuno pur riconoscendo alcuni punti fermi di credenza condivisi.
Un momento rituale merita una parola a parte, perché riassume lo spirito della pratica: il “richiamo della luna”, il drawing down the moon. James R. Lewis lo descrive come il rituale in cui la sacerdotessa incarna la Dea, che si aspetta scenda e si manifesti nel suo corpo. I Farrar ne riportano l’invocazione: “Ti invoco e ti chiamo, Potente Madre di tutti noi”. Per chi pratica è il cuore vivo del rituale, il momento in cui la religione diventa esperienza diretta del divino.
Se la Wicca è una casa, il paganesimo è il quartiere: una categoria che raccoglie spiritualità diverse, non un credo a sé stante, unite da pochi tratti di famiglia: l’orientamento verso la natura, il politeismo o l’animismo, le radici pre-cristiane reali o ricostruite. L’Historical Dictionary of Witchcraft è chiaro su questo: sotto la parola neopaganesimo stanno molti sistemi religiosi diversi, e la Wicca ne è di gran lunga il segmento più numeroso, ma non l’unico. Chiamare “pagano” qualcuno dice poco finché non si chiede quale cammino segua davvero.
La parola porta con sé una lunga storia di rovesciamenti. Lo stesso dizionario storico ne ricostruisce l’origine: “pagano” viene dal latino pagus, la campagna, e paganus, l’abitante rurale. Quando il cristianesimo divenne la religione dominante dell’impero romano, radicandosi prima nelle città, i cristiani cominciarono a usare “pagano” per indicare chi restava fedele agli antichi culti politeisti delle campagne. Nel medioevo il termine assunse una connotazione negativa, sinonimo di non-cristiano. Ronald Hutton, in The Pagan Religions of the Ancient British Isles, richiama la ricostruzione filologica secondo cui il senso originario rimanda proprio all’abitante del contado. Nel Novecento alcuni gruppi religiosi hanno rivendicato quella stessa parola in senso positivo, per descrivere spiritualità fondate sulla natura e sulle tradizioni antiche.
Al di là delle molte differenze, le vie pagane condividono alcune tendenze di fondo. C’è quasi sempre il politeismo. Michael York, nel suo saggio dentro il Handbook of Contemporary Paganism, spiega che il paganesimo, nelle sue forme più tradizionali, è a suo agio con l’affermazione che “il paganesimo ha molti dèi”, intesi come dèi e dee insieme, poli complementari e distinti della natura. In alcune correnti questa molteplicità sfuma nel panteismo, l’idea che tutto ciò che esiste sia divino. C’è poi la natura vissuta come sacra: la terra, i cicli, gli elementi valgono come manifestazioni del divino, non come semplice scenografia.
E c’è l’assenza di un dogma centrale. Non esiste un’autorità che stabilisca l’ortodossia pagana; ogni tradizione, e spesso ogni praticante, sviluppa la propria teologia. Graham Harvey, nel Handbook of Contemporary Paganism, lo dice con una formula netta.
«…Il paganesimo non è mai stato dogmatico riguardo alle credenze, né i pagani hanno mai insistito su un unico modo di essere pagani. Il paganesimo è quasi per definizione eclettico e pragmatico…», Graham Harvey, Handbook of Contemporary Paganism
C’è poi una quarta corrente diffusa, l’animismo: l’idea che ogni cosa abbia un’anima o uno spirito. Harvey osserva che molti pagani si dicono animisti, e che fiumi, rocce, alberi e animali sono per loro abitati da spiriti propri. Da qui nasce anche il modo in cui, nei rituali, gli elementi vengono chiamati e salutati come presenze vive, non come semplici sostanze chimiche. È un mondo abitato, non un meccanismo.
Sotto l’ombrello del paganesimo trovano posto cammini molto diversi tra loro. Il druidismo moderno ricostruisce la spiritualità dei druidi celtici: i druidi contemporanei celebrano i cicli stagionali, venerano divinità celtiche e praticano all’aperto, spesso presso i siti megalitici. James R. Lewis, nel Handbook of Contemporary Paganism, ricorda però quanto sia scarsa la documentazione storica sui culti celtici, e come questo abbia lasciato ampio spazio alla ricostruzione moderna; nota anche un fatto curioso, cioè che quando il paganesimo moderno emerse con Gardner la figura di riferimento divenne la strega, e non il druido.
Poi c’è l’Asatru, o Heathenry, la ricostruzione delle religioni pre-cristiane germaniche e norrene. James R. Lewis, in Witchcraft Today, spiega che il termine islandese Asatru significa “fede negli Aesir”, una delle due stirpi di divinità norrene insieme ai Vanir; gli asatruar venerano dèi come Odino, Thor e Freya e praticano forme di divinazione con le rune. Fu Stephen McNallen a fondare nel 1972 la prima organizzazione asatru americana, la Viking Brotherhood, poi rinominata Asatru Free Assembly nel 1976. Jenny Blain e Robert J. Wallis, sempre nel Handbook, precisano che questi cammini vengono spesso detti “ricostruzionisti”: usano le fonti antiche per costruire pratiche vive nel presente, senza pretendere di copiare il passato alla lettera.
Chi si volge al mondo classico segue l’ellenismo, la ricostruzione della religione greca antica, con il culto degli dèi olimpici sulla base delle fonti storiche. La classicista Jennifer Larson, in Ancient Greek Cults (2007), mostra quanto fossero vari e locali quei culti, un patrimonio a cui gli ellenisti moderni attingono. Accanto all’ellenismo stanno altre correnti ricostruzioniste, come il kemetismo, che riprende il culto delle divinità egizie. Carole Cusack, nel Handbook of Contemporary Paganism, ricorda del resto come nel Novecento siano rinati anche il paganesimo greco e romano e le tradizioni di popoli come i lituani con la Romuva. Sono strade distinte, ognuna con i propri dèi, calendari e pratiche, e nessuna di esse coincide con la Wicca.
La stregoneria è il termine più frainteso dei tre, e insieme il più semplice da definire: è l’arte di usare energie, simboli, ingredienti naturali e intenzione per produrre un cambiamento nella realtà. Non è una religione. Non richiede credenze specifiche, non prevede divinità da venerare, non ha dogmi né comandamenti. Scott Cunningham, in Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner, la definisce con una formula asciutta: “la magia è la proiezione di energie naturali per produrre gli effetti desiderati”. È una tecnica, prima che una fede.
Una strega può essere wiccan, pagana di altra tradizione, cristiana, atea o di qualsiasi altra fede, perché quest’arte non poggia su una teologia. Conta la capacità di lavorare con le energie, non le convinzioni sulla loro origine. Cunningham distingue con cura le due parole: nel suo glossario la stregoneria è “l’arte della strega”, la magia che usa il potere personale, mentre la Wicca è la religione che quella magia la contiene. La sovrapposizione nasce da un fatto storico che lui stesso segnala: alcuni seguaci della Wicca usano la parola “stregoneria” per indicare la propria religione. Da qui parte gran parte della confusione.
La complessità dei nomi è reale, e conviene guardarla in faccia. Raymond Buckland, in Buckland’s Complete Book of Witchcraft (1986), usa “stregoneria” proprio per indicare una religione, e la paragona al cristianesimo: come nel cristianesimo esistono molte denominazioni, così accade nella stregoneria, e nessuna singola forma è quella giusta per tutti. Christopher Penczak, in A Young Man’s Guide to Wicca (2005), mette in guardia sul fatto che la parola Wicca “genera oggi molta confusione”, perché di solito indica il revival moderno dell’Old Religion, la religione della stregoneria. La lezione è semplice: le parole vanno lette nel loro contesto. Quando qui diciamo “stregoneria”, intendiamo la pratica; quando altri la usano come nome di una religione, intendono la Wicca o una via affine.
C’è anche il peso dei secoli sulla parola “strega”. James R. Lewis, nella prefazione a Witchcraft Today, ricorda l’immagine che ancora affiora nella mente comune: la vecchia brutta e malvagia, vestita di nero, a cavallo di una scopa. È il ritratto costruito dalla caccia alle streghe, non quello di chi oggi pratica. Scott Cunningham, nel glossario di Wicca: A Guide for the Solitary Practitioner, spiega che anticamente la strega era una praticante europea dei resti della magia popolare pre-cristiana, legata alle erbe, alla guarigione, alle acque e alle pietre; solo in seguito il significato venne alterato di proposito per farne un essere pericoloso e demoniaco. Molte streghe di oggi rivendicano quel nome antico proprio per restituirgli il senso originario, e in questo gesto di riappropriazione si gioca gran parte dell’identità della pratica contemporanea.
La stregoneria assume volti diversi secondo la tradizione, la cultura e la sensibilità di chi la pratica. La stregoneria verde è incentrata sulle erbe, sulle piante e sul legame con la natura. Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), la descrive come una via che lavora con il mondo vegetale, i giardini e gli spiriti delle piante, un cammino di mani nella terra più che di libri. La stregoneria da cucina porta la magia dentro la preparazione del cibo: ogni ingrediente, ogni gesto diventa veicolo di intenzione. Scott Cunningham, in Wicca in the Kitchen (2002), ha dedicato un intero volume a questa magia domestica del focolare.
Ci sono poi la stregoneria cerimoniale, con i suoi rituali elaborati e gli strumenti consacrati che incorporano elementi dell’alta magia; la stregoneria popolare, tramandata nelle tradizioni familiari e regionali, fatta di malocchio e contromalocchio, segnature e rimedi con una componente magica; e la stregoneria secolare, che pratica la magia senza alcuna componente religiosa, leggendola come tecnica psicologica o energetica. Un testo capitale di questo filone popolare e italiano è Aradia, or the Gospel of the Witches (1899) di Charles Godfrey Leland, che raccolse quello che presentò come il vangelo delle streghe toscane, legato a Diana e ad Aradia. Sono forme diverse di una stessa arte, e nessuna richiede di aderire a una fede precisa.
Gli strumenti della strega variano secondo la tradizione, ma alcuni ritornano di continuo. James R. Lewis, in Witchcraft Today, elenca i quattro principali, ciascuno legato a un elemento: l’athame, il coltello dal manico nero associato al fuoco; il pentacolo; il calice, ricettacolo delle forze spirituali legato all’acqua; e la bacchetta. A questi si aggiungono le candele, le erbe, i cristalli, i sigilli e gli strumenti di divinazione, dai tarocchi alle rune agli specchi neri. Raymond Buckland, in Buckland’s Complete Book of Witchcraft, ricorda che questi oggetti si considerano più efficaci se costruiti a mano o acquistati nuovi, poi personalizzati e consacrati.
La divinazione merita una nota, perché attraversa quasi ogni forma di stregoneria e molti cammini pagani. James R. Lewis, in Witchcraft Today, la definisce in senso ampio come ogni mezzo usato per conoscere la volontà degli dèi o l’andamento di una questione. I tarocchi, le rune, il pendolo, la lettura del fuoco e dell’acqua, lo specchio nero: sono tecniche per raccogliere informazioni oltre i sensi ordinari. Il sigillo, invece, è un simbolo grafico creato per condensare un’intenzione in forma visiva, che viene poi caricato e attivato. Anche qui vale la regola di fondo: sono strumenti della pratica, non articoli di fede, e chi li usa non deve per forza aderire a una religione.
Sul piano etico la stregoneria è più libera della Wicca, e qui sta una differenza sostanziale. Non esiste un codice morale universale: il Rede e la Legge del Tre appartengono alla Wicca e non vincolano le streghe di altre tradizioni. Ogni strega sviluppa la propria etica. Alcune evitano qualunque magia che influenzi altri senza consenso; altre considerano lecita la magia protettiva o difensiva anche a scapito di chi aggredisce. Doreen Valiente, citata dall’antropologa Susan Greenwood in Magic, Witchcraft and the Otherworld, riassumeva la morale della strega in una sola frase: “Fa’ ciò che vuoi, purché non nuoccia a nessuno”. Questa assenza di regole imposte dall’esterno non significa assenza di responsabilità: la strega competente conosce le conseguenze delle proprie azioni e se le assume.
Esiste una famiglia di correnti che si tiene volutamente a distanza dalla Wicca, pur condividendo elementi pagani: è la cosiddetta stregoneria tradizionale. Rivendica una continuità con le pratiche popolari e con i cunning folk, i guaritori e operatori di magia dei villaggi, e spesso rifiuta proprio gli elementi più tipici della Wicca, come il Rede o la Legge del Tre. Andrew D. Chumbley, nel suo What is Traditional Craft?, la definisce “la Via Senza Nome dell’Arte Magica”, il cammino della strega e del saggio, radicato nella terra e nel sapere delle erbe e degli animali.
Chumbley descrive una realtà plurale, fatta di lignaggi diversi: il Clan di Tubal-Cain di Robert Cochrane, che deriva i suoi metodi da vecchie streghe del Norfolk; il Cultus Sabbati; le tradizioni dell’East Anglia raccolte da Nigel Pennick. Sono osservanze distinte, ognuna con il proprio maestro e la propria trasmissione, orale e testuale. Il tratto comune, nota Chumbley, è che la strega tradizionale usa “tutto ciò che ha a portata di mano”, piegando ogni influenza, di qualunque provenienza religiosa, agli scopi segreti dell’Arte. La radice è la magia popolare, non la liturgia di congrega. È questo che la separa dalla Wicca, nata in un contesto più cerimoniale e più recente.
Le relazioni tra i tre termini si riassumono in cinque affermazioni, ed è qui che cadono i malintesi più tenaci. Valgono più di ogni definizione astratta.
Tutti i wiccan sono pagani e praticano stregoneria. La Wicca è una religione pagana, quindi ogni wiccan è per definizione pagano; e poiché la magia è parte integrante della religione wiccan, ogni wiccan pratica anche una forma di stregoneria. Su questo punto le fonti concordano, da Cunningham a Lewis.
Non tutti i pagani sono wiccan. Un druido, un asatruar, un ellenista sono pagani, ma non wiccan. Seguono tradizioni diverse, con divinità, calendari e pratiche proprie. La Wicca è la corrente pagana più numerosa, come ricorda quello stesso dizionario, ma è una tra molte.
Non tutti i pagani sono streghe. Un pagano può venerare gli dèi e celebrare le festività senza praticare alcuna magia. La stregoneria è diffusa nel paganesimo, però non è obbligatoria. Si può stare nella spiritualità della natura senza mai lavorare un incantesimo.
Non tutte le streghe sono pagane. Una strega può praticare la sua arte senza aderire a nessuna religione pagana. Esistono streghe cristiane, streghe atee, streghe legate a tradizioni non pagane. Come già detto, quest’arte lavora sul concreto, e questo la rende compatibile con quasi qualsiasi visione del mondo.
Non tutte le streghe sono wiccan. La stregoneria esisteva prima della Wicca e continua a esistere in modo indipendente. Molte streghe, soprattutto quelle della tradizionale e della popolare, rifiutano esplicitamente l’etichetta wiccan. Confondere le due cose, come capita spesso online, è il malinteso più tenace di tutti.
Chiarite le differenze, la domanda diventa pratica: cosa cerchi davvero? Se cerchi una religione strutturata, con una comunità, rituali condivisi, un calendario sacro e principi etici definiti, la Wicca o un’altra tradizione pagana organizzata rispondono a questo bisogno. Se cerchi una spiritualità flessibile, legata alla natura ma senza le specificità della Wicca, il paganesimo eclettico o cammini come il druidismo possono adattarsi meglio. Se cerchi soltanto strumenti pratici per agire sulla realtà, senza impegno religioso, la stregoneria secolare o non affiliata ti basta. E se cerchi tutto insieme, la Wicca o un’altra forma di paganesimo magico intrecciano religione e pratica in un unico cammino.
Non esiste una scelta giusta o una sbagliata. Esistono percorsi diversi per esigenze diverse, e il valore di ciascuno non si misura sulla sua presunta antichità. Su questo Jenny Blain e Robert J. Wallis, nel Handbook of Contemporary Paganism, sono netti.
«…Non esiste alcun senso in cui un tipo di paganesimo sia più autentico di un altro: è una questione di gusto e di ciò verso cui ci si sente attratti…», Jenny Blain e Robert J. Wallis, Handbook of Contemporary Paganism
Vale anche per la Wicca stessa. I Farrar, in A Witches’ Bible, ammettono che oggi una larga parte della pratica nasce da persone auto-iniziate, e che pretendere una discendenza iniziatica perfetta appartiene “al regno della fantasia”. Ciò che conta è la serietà del cammino, non il timbro su un lignaggio. La chiarezza su cosa distingue Wicca, paganesimo e stregoneria non serve a costruire steccati: serve a scegliere con consapevolezza, invece di procedere nella confusione.
La Wicca è una religione, il paganesimo è una categoria di religioni, la stregoneria è una pratica. La Wicca è un culto neopagano specifico, con divinità e festività proprie. Il paganesimo raccoglie molte spiritualità diverse legate alla natura. La stregoneria è l’arte di usare energie e simboli per produrre cambiamenti, e può esistere dentro o fuori da qualsiasi religione. I tre termini si sovrappongono solo in parte.
La Wicca si fonda sulla venerazione di una Dea e di un Dio, sulla sacralità della natura e su un codice etico chiamato Rede: se non nuoci a nessuno, fa’ ciò che vuoi. Gerald Gardner la diffuse in Inghilterra dopo l’abrogazione delle leggi contro la stregoneria nel 1951. Molte tradizioni credono nella Legge del Tre e in una forma di reincarnazione. L’anno sacro ruota attorno agli otto sabbat e agli esbat lunari.
Il paganesimo è un termine ombrello che raccoglie diverse religioni e spiritualità legate alla natura, non un singolo credo. Le tradizioni pagane condividono l’orientamento verso la natura, il politeismo o l’animismo e radici pre-cristiane reali o ricostruite. Manca un’autorità centrale che definisca un’ortodossia. Wicca, druidismo, Asatru, ellenismo e kemetismo sono tutte correnti pagane distinte, ognuna con i propri dèi e calendari.
No. La stregoneria è un’arte, un insieme di tecniche per lavorare con energie e simboli, e come tale non chiede di credere in nulla di preciso. Chi la pratica può seguire la Wicca, un’altra via pagana, il cristianesimo o nessuna fede: ciò che conta è saper agire, non l’origine che si attribuisce a quel potere. Solo alcuni wiccan usano la parola stregoneria come nome della loro religione, e da qui nasce buona parte della confusione.
La magia è l’atto di proiettare energie naturali per ottenere un effetto voluto, come la definisce Scott Cunningham. La stregoneria è l’arte complessiva della strega, che quella magia la organizza in un insieme di pratiche, strumenti e conoscenze: erbe, cristalli, candele, divinazione. In pratica la magia è la tecnica di base, la stregoneria è il cammino che la raccoglie e le dà forma. Nessuna delle due richiede, di per sé, una religione.
No, non tutte le streghe sono wiccan. La stregoneria esisteva prima della Wicca e continua a esistere in modo indipendente. Esistono streghe cristiane, streghe atee e streghe legate alla stregoneria tradizionale o popolare, che spesso rifiutano l’etichetta wiccan. Tutti i wiccan, invece, praticano stregoneria, perché la magia è parte integrante della loro religione. È il malinteso più comune di tutti.
Ciò che hai appena letto è un contenuto a scopo folkloristico, storico, informativo, educativo e culturale. Non è consulenza medica, psicologica, legale, finanziaria o spirituale e non sostituisce un professionista qualificato: per la salute rivolgiti a un medico. Le pratiche esoteriche riflettono tradizioni e credenze diverse, prive di validità scientifica dimostrata: non sono fatti accertati, comportano rischi e non garantiscono alcun risultato. Affrontale con spirito critico. Le tue scelte e le loro conseguenze restano una tua responsabilità.
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Serena De Luca, nata a Messina, é una scrittrice italiana di esoterismo, appassionata di occultismo e stregoneria fin da giovane. Colleziona antichi grimori e oggetti d’antiquariato legati alla stregoneria. I suoi libri trattano rituali magici, divinazione e uso delle erbe magiche, unendo elementi storici e pratiche moderne.