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La strega nel Medioevo: storia, processi e caccia alle streghe

Prima rappresentazione di streghe in volo su scope, miniatura dal manoscritto Le Champion des Dames, 1451

Ultimo aggiornamento e revisione:

La strega nel Medioevo non somiglia quasi per nulla alla figura che il cinema e i racconti popolari ci hanno consegnato. Nella bottega ci arrivano spesso domande su roghi, sabba e Inquisizione ambientati nei secoli bui: la documentazione storica racconta un’altra vicenda. I roghi di massa e la furia persecutoria appartengono in larga parte all’età moderna, non al periodo medievale. Nell’Alto Medioevo la Chiesa condannava chi credeva nelle streghe, e i sovrani carolingi punivano chi bruciava una presunta strega. La svolta arrivò fra il XIV e il XV secolo, quando la stregoneria fu equiparata all’eresia e al patto col diavolo. Qui ricostruiamo quella storia attraverso i documenti dell’epoca, le bolle papali e i trattati di demonologia, così che tu possa separare i fatti dai luoghi comuni che ancora circolano.

Chi era la strega nel Medioevo

Da strix a striga: l’etimologia

Il termine “strega” affonda le radici nel latino strix (al plurale striges o strigae), il nome di un uccello notturno legato ai presagi funesti. Nell’uso del latino classico le striges erano creature di malaugurio che, secondo la credenza, divoravano le viscere degli uomini e ne bevevano il sangue. Lo registra l’Encyclopedia of Witchcraft curata da Richard M. Golden, che collega quel nome, “uccello che stride”, alle donne ritenute capaci di magia malefica. Lo storico Ronald Hutton, in The Witch, ricorda che furono soprattutto i romani a fissare l’immagine della strix divoratrice di bambini, poi trasmessa a tutta la cultura europea. Poeti come Ovidio la descrivevano già come un rapace notturno che strappava le viscere dei lattanti nella culla, e da quel nome, che evocava lo stridere sinistro nella notte, la lingua trasse la parola destinata a marchiare tante donne.

Con il passaggio al latino medievale il nome si trasformò in striga e stria, e prese via via il senso di donna dotata di poteri oscuri. Era già allora un’accusa temuta. Nelle leggi dei popoli germanici, chiamare qualcuno stria senza prova era reato: la parola bruciava come il marchio che voleva imporre. La figura suscitava terrore, e il terrore, nei villaggi, cercava sempre un volto su cui posarsi.

Guaritrici, levatrici e donne ai margini

Le donne accusate di stregoneria erano, nella maggior parte dei casi, figure comuni della comunità: levatrici, guaritrici, preparatrici di rimedi. In un’Europa rurale, dove i medici erano rari e costosi, la gente si rivolgeva a loro per curare i mali, assistere i parti, preparare unguenti e decotti. La conoscenza delle erbe e delle piante officinali dava a queste donne un ruolo riconosciuto. Quando la cura riusciva, erano rispettate. Quando falliva, o quando una disgrazia colpiva il vicinato, diventavano il primo bersaglio dei sospetti.

Il folklorista Richard Folkard, in Plant Lore, Legends, and Lyrics, descrive proprio la “donna saggia del villaggio”, che spesso univa il mestiere di levatrice a quello di raccoglitrice di erbe medicinali. Folkard nota che nel Medioevo i poveri malati cercavano cura e sollievo presso monaci studiosi e monache pietose, e che solo più tardi, dopo la Riforma, l’arte del guarire passò alle gentildonne caritatevoli e a quella figura di confine. La sua competenza sulle piante la rendeva preziosa e, allo stesso tempo, sospetta: chi sa curare, secondo la logica del tempo, sa anche nuocere. Il passaggio da guaritrice a presunta strega era breve, e dipendeva da dinamiche sociali più che da pratiche magiche reali: invidie tra vicini, liti familiari, tensioni per la terra e per il pane. Le più esposte erano sempre le stesse: donne sole, vedove, anziane, prive di protezione maschile.

Alto Medioevo: credere nelle streghe era il peccato

I codici germanici e i sovrani carolingi

Nell’Alto Medioevo la posizione ufficiale della Chiesa e dei re cristiani era rovesciata rispetto a quella dei secoli successivi. I codici legislativi dei regni germanici punivano non la stregoneria, ma chi ne credeva la realtà e agiva di conseguenza. L’Encyclopedia of Witchcraft di Golden osserva che le leggi dei Franchi, degli Ostrogoti e dei Visigoti respingevano la credenza che una donna potesse essere una striga divoratrice di uomini, pur continuando a temere il maleficium, cioè la magia dannosa. Gli storici parlano per questo di “scetticismo carolingio”.

Nel suo Admonitio Generalis dell’anno 789, Carlo Magno affrontò proprio la punizione del maleficium e la superstizione pagana. Oliver Madox Hueffer, nel Book of Witches, ricorda un capitolare dell’789 in cui si vietavano pratiche magiche legate al tempo e ai raccolti. Il principio di fondo restava netto: credere che una donna volasse di notte per divorare esseri umani era considerato un residuo pagano, incompatibile con la fede. Chi, “ingannato dal diavolo”, arrivava a bruciare una presunta strega, veniva punito a sua volta.

Il Canon Episcopi e la cavalcata di Diana

Il documento più influente sulla posizione della Chiesa altomedievale è il cosiddetto Canon Episcopi. Lo storico Hans Peter Broedel, in The Malleus Maleficarum and the Construction of Witchcraft, spiega che il testo fu registrato per la prima volta agli inizi del X secolo nel penitenziale di Regino, abate di Prüm, e che un secolo dopo il vescovo Burcardo di Worms ne riprese gli ammonimenti nel proprio manuale confessionale. Il Canon condannava come illusione demoniaca la credenza di certe donne di cavalcare la notte, in groppa a bestie, al seguito della dea pagana Diana, percorrendo enormi distanze nel silenzio.

Carlo Ginzburg, in Ecstasies, riporta il passo latino del Canon e la sua traduzione: alcune donne malvagie, sedotte dalle illusioni dei demoni, “affermano di cavalcare di notte su certe bestie insieme a Diana, dea dei pagani”. Il punto, per la Chiesa altomedievale, era chiaro: quelle donne non facevano davvero nulla, sognavano soltanto. George Lyman Kittredge, nel classico Witchcraft in Old and New England, lo mette a fuoco con nettezza.

«…le donne che il Canone contempla non sono che creature illuse, il cui peccato consiste nella fede in una dea pagana… non sono streghe, nemmeno nell’intenzione…», George Lyman Kittredge, Witchcraft in Old and New England

L’Alto Medioevo, in sostanza, non perseguitava le streghe. Perseguitava chi ci credeva. La donna del Canon Episcopi era una peccatrice da correggere con la penitenza, non una nemica da mandare al rogo. Per arrivare al rogo serviva un’idea nuova, e quell’idea maturò molto più tardi.

La svolta demonologica del Tardo Medioevo

Giovanni XXII e la magia come eresia

La svolta nella posizione della Chiesa maturò nel XIV secolo. Papa Giovanni XXII, che regnò ad Avignone dal 1316 al 1334, temeva attentati magici contro la propria persona. Il Historical Dictionary of Witchcraft di Jonathan Durrant e Michael D. Bailey lo indica come uno dei papi che più contribuirono a far crescere la preoccupazione ecclesiastica per la magia demoniaca. Joseph Ennemoser, nella sua History of Magic, ricorda che in una bolla del suo pontificato Giovanni XXII si lamentava di come persino membri della sua corte avessero fatto ricorso a evocazioni di spiriti e malefici.

Con i suoi decreti, la magia cerimoniale e l’invocazione dei demoni furono formalmente equiparate all’eresia e sottoposte alla giurisdizione degli inquisitori. Il vescovo Richard Ledrede, nel resoconto del processo del 1324 contro Alice Kyteler in Irlanda, ricorda che Giovanni XXII fu autore di alcuni dei primi decreti formali contro la stregoneria. Da quel momento il praticare magia smetteva di essere una semplice superstizione: diventava un crimine contro la fede.

Dal rimedio di erbe al patto col diavolo

Tra il XIII e il XIV secolo la teologia elaborò il concetto destinato a rovesciare tutto: il patto diabolico. In precedenza la magia popolare delle campagne era tollerata o ignorata come residuo pagano. Le pratiche che oggi chiameremmo di magia bianca erano diffuse nei villaggi europei e non venivano ritenute pericolose fino a quella svolta. Con la nuova demonologia, ogni forma di magia fu riletta come frutto di un accordo con Satana.

La donna che preparava un decotto di erbe per curare una febbre smetteva di essere una guaritrice: diventava una potenziale eretica che traeva i suoi poteri dal diavolo. Questo cambiamento teologico fu alimentato dal clima di paura del Trecento, segnato dalla peste nera, dalle carestie e dallo scisma d’Occidente. In un mondo percorso da catastrofi inspiegabili, la ricerca del colpevole si fece febbrile. Le presunte streghe offrirono il capro espiatorio perfetto.

Il Formicarius di Johannes Nider

Il teologo domenicano Johannes Nider scrisse il Formicarius (Il Formicaio) fra il 1437 e il 1438. Durrant e Bailey lo descrivono come uno dei primi resoconti ampi e influenti sulla stregoneria comparsi in Europa, strutturato come un dialogo fra un teologo e uno studente. Nider fu tra i primi a ridefinire la figura della strega: non più il mago colto ed erudito dei secoli precedenti, ma una persona comune, spesso una donna priva di istruzione, che otteneva i suoi poteri dalla devozione al diavolo. Il Formicarius ebbe fortuna editoriale, con sette edizioni a stampa fino alla fine del Seicento.

Le storie raccolte da Nider venivano in larga parte da processi reali. Carlo Ginzburg, in Ecstasies, chiarisce che l’autore attinse alle conversazioni con Peter von Greyerz, giudice e castellano secolare del Simmenthal bernese, e con l’inquisitore domenicano di Evian: entrambi avevano presieduto numerosi processi, mandando parecchie persone al rogo. George L. Burr, in The Witch-Persecutions, colloca l’attività di quel castellano fra il 1392 e il 1406. L’opera influenzò direttamente il trattato che, mezzo secolo dopo, avrebbe cambiato il volto della persecuzione.

Il Malleus Maleficarum: il martello delle streghe

Malleus Maleficarum letteralmente "Il martello delle malefiche". Frontespizio di un'edizione risalente al 1669

Il Malleus Maleficarum, il “martello delle streghe”, fu dato alle stampe nel 1487 per volontà del domenicano Heinrich Kramer. Scritto in latino, il trattato nacque come strumento operativo per individuare, processare e condannare le presunte streghe nei territori della Germania. Nell’immagine, il frontespizio dell’edizione del 1669.

Innocenzo VIII e la bolla Summis desiderantes

Nel 1484 papa Innocenzo VIII promulgò la bolla Summis desiderantes affectibus. Howard Williams, in The Superstitions of Witchcraft, ricorda che con quel documento il papa deplorava la diffusione del crimine soprattutto in Germania e autorizzava gli inquisitori a cercare e a bruciare i colpevoli. La bolla attribuiva alle streghe il potere di far morire neonati e adulti, distruggere raccolti e bestiame, impedire il concepimento e negare la fede cristiana. L’Encyclopedia of Witchcraft di Golden ne cita il passo sulle “incantagioni, malìe e scongiuri” che stroncano “la prole delle donne, i piccoli degli animali, i frutti degli alberi”.

Broedel spiega la genesi del testo: l’inquisitore Heinrich Kramer, detto Institoris, si recò a Roma portando una lettera firmata anche dal collega Jacob Sprenger, per chiedere autorità esplicita a perseguire la stregoneria. La risposta fu la famosa “bolla delle streghe”. Il documento conferì piena legittimità papale alla persecuzione, e trasformò la caccia da fenomeno locale a campagna sostenuta dall’alto.

Heinrich Kramer e la strega diabolica

Heinrich Kramer diede alle stampe il Malleus Maleficarum, il martello delle streghe, composto nel 1486 e uscito a stampa l’anno seguente. Durrant e Bailey, nel loro dizionario storico, lo definiscono il più celebre trattato mai scritto sulla stregoneria. L’opera si divideva in tre parti: la prima dimostrava l’esistenza della stregoneria, la seconda descriveva le forme del maleficio, la terza dettava le regole per i processi. Il Malleus riportava in apertura la bolla di Innocenzo VIII, così da apparire munito di autorità papale.

Le tesi di Kramer andavano oltre la dottrina, e lui stesso incontrò forti resistenze. L’Encyclopedia of Witchcraft ricorda che l’arciduca Sigismondo e il vescovo Georg Golser cacciarono l’inquisitore dal Tirolo e liberarono le donne che aveva interrogato e torturato. Perfino l’approvazione accademica che il libro esibiva era in gran parte contraffatta: come racconta l’edizione critica del Malleus Maleficarum, solo quattro professori della facoltà teologica di Colonia la sottoscrissero, e il decano ne registrò poi una smentita formale. Nonostante questo, l’opera ebbe un successo editoriale enorme, con numerose ristampe nei due secoli seguenti.

Perché soprattutto donne

Il Malleus conteneva una carica misogina senza precedenti nella letteratura demonologica. Lo storico P.G. Maxwell-Stuart, in Witchcraft in Europe and the New World, nota che Kramer piegò deliberatamente il titolo al femminile, maleficarum, per fissare fin dalle prime righe l’idea che le streghe fossero donne più che uomini. La ragione, secondo Kramer, stava nella natura femminile: più credula, più incline alla lussuria, più esposta alle lusinghe di Satana. La trattatistica successiva raccolse quelle argomentazioni.

Il dato storico conferma una netta prevalenza femminile fra gli accusati, intorno all’ottanta per cento in Europa. Le ragioni, per la storiografia recente, stanno nel ruolo sociale della donna. Le attività tradizionalmente femminili, come l’assistenza al parto, la cura dei malati, la preparazione del cibo e la conoscenza delle erbe, erano le stesse attraverso cui, secondo le credenze del tempo, si poteva praticare il maleficium. La donna che sapeva guarire, nella logica del sospetto, sapeva anche far ammalare: la sua competenza si rovesciava in prova d’accusa. Fu così che la vecchia demonologia di Nider trovò nel Malleus la sua forma più sistematica e più spietata.

I processi alle streghe: come funzionavano

La procedura inquisitoriale

La procedura inquisitoriale permetteva all’inquisitore di aprire un’indagine senza bisogno di un accusatore formale. Bastavano una voce pubblica, una denuncia anonima, il sospetto di un vicino. Il Malleus Maleficarum, nella terza parte, fissava le regole per iniziare il processo, interrogare i testimoni e pronunciare la sentenza. L’imputata non poteva conoscere i capi d’accusa né l’identità di chi la denunciava fino al dibattimento.

George L. Burr, in The Witch-Persecutions, riproduce il celebre schema del processo tipo, in cui una donna qualsiasi, chiamata “Gaia”, resta stretta in una tenaglia logica: se ha condotto una vita cattiva, è indizio di colpa; se l’ha condotta buona, è la prova che si mascherava bene. Le accuse variavano dal provocare malattie al far morire bambini e bestiame, dal rovinare i raccolti allo scatenare tempeste. Alla base di tutto stava però l’accusa capitale: il patto col diavolo.

Tortura, marchio del diavolo e prova dell’acqua

Per strappare la confessione si ricorreva alla tortura in modo sistematico. Burr descrive come la donna venisse prima rasata e perquisita, poi sottoposta al “primo grado” di tortura: già durissimo, eppure dichiarato lieve rispetto a quel che seguiva. Se confessava sotto il primo grado, si proclamava che aveva confessato “senza tortura”. John Mitchell, nella Philosophy of Witchcraft, ricorda che davanti a simili strumenti quasi chiunque finiva per ammettere qualunque cosa: la vita è cara a tutti, e la morte diventava preferibile a un supplizio senza fine.

Fra le presunte prove figurava il punctum diabolicum, un segno sul corpo, un neo o una verruca, che si riteneva insensibile al dolore e incapace di sanguinare. L’accusata veniva rasata e ispezionata su tutto il corpo alla ricerca di quel marchio. Un’altra prova era l’ordalia dell’acqua. Hueffer, nel Book of Witches, racconta il “bagno” della strega, con i pollici e gli alluci legati: se la donna galleggiava era colpevole, se affondava era innocente. Il medico rinascimentale Johann Weyer denunciò l’assurdità di condannare a morte “sulla sola base delle confessioni di vecchie donne demente”, estorte con il dolore.

La stregoneria in Italia e i benandanti

I benandanti del Friuli

L’Italia presenta un quadro peculiare nel contesto europeo. Nel Friuli, nel nord-est, Carlo Ginzburg documentò in Ecstasies l’esistenza dei benandanti, uomini e donne che affermavano di uscire dal proprio corpo durante la notte, in spirito, per combattere le streghe a difesa dei raccolti. Nati “con la camicia”, cioè avvolti nell’amnio, si dicevano obbligati a battersi quattro volte l’anno, armati di mazzi di finocchio, contro le streghe malefiche. I benandanti non si consideravano streghe: si consideravano i loro avversari.

Durrant e Bailey leggono il loro culto come il residuo di un’antica devozione di fertilità, una forma di sciamanesimo arcaico. Con il tempo, la pressione dei tribunali finì per assimilarli allo stereotipo che volevano combattere: interrogati secondo il modello del sabba, alcuni benandanti arrivarono ad ammettere di essere streghe. Le loro deposizioni, raccolte fra Cinquecento e Seicento, mostrano quanto la magia popolare europea fosse un fenomeno complesso, lontano dalla semplice “strega diabolica” dei trattati. Anche Benevento, con il suo leggendario noce, resta legato dal folklore italiano ai raduni notturni delle streghe; la tradizione raccolta da Charles Godfrey Leland nell’Aradia ricorda “il gioco di Benevento” tra le pratiche della congrega.

L’Inquisizione romana come freno

Un dato che la vulgata popolare quasi sempre ignora: in Italia il numero di processi e condanne capitali per stregoneria restò basso rispetto al resto d’Europa. Durrant e Bailey osservano che nelle terre dell’Europa meridionale, dove la stregoneria rimase più spesso sotto la giurisdizione ecclesiastica, le cacce furono relativamente lievi e le esecuzioni molto meno numerose che altrove. Bengt Ankarloo e Stuart Clark, in Witchcraft and Magic in Europe, ricordano che prima del 1600 i tribunali secolari italiani mandarono a morte pochi imputati: a Bologna, per esempio, dieci fra il 1498 e il 1579.

L’Encyclopedia of Witchcraft di Golden riferisce che l’Inquisizione romana pretendeva regole prudenti: nessun arresto senza prove materiali del crimine, e l’obbligo per il giudice di consultare un medico sulla causa di una malattia. Le Inquisizioni di Spagna e Italia, divenute assai scrupolose nelle procedure, dubitavano perfino che la stregoneria fosse davvero diffusa e agivano con grande circospezione, come documentano Geoffrey Scarre e John Callow. Le persecuzioni più violente si scatenarono altrove, nelle aree alpine e soprattutto nei territori del centro Europa, come vedremo dalle cifre.

Quante streghe morirono davvero

Le cifre che circolano sulla caccia alle streghe sono quasi sempre gonfiate. La più celebre, quella dei “nove milioni di streghe bruciate”, non ha alcun fondamento. L’Encyclopedia of Witchcraft la definisce un totale “assurdo”, il mito di un olocausto precoce che gli storici faticano a sradicare, per quanto privo di basi documentarie. James R. Lewis, in Witchcraft Today, è altrettanto netto: la cifra dei nove milioni è spesso ripetuta, ma non esiste alcuna prova storica a sostenerla.

Il numero reale delle vittime fu molto inferiore, dell’ordine di alcune decine di migliaia in tre secoli su tutto il continente, con differenze enormi da regione a regione. Golden ricorda casi come i quarantuno roghi in una sola località italiana nel 1485, o le oltre cento esecuzioni nella diocesi di Como fra il 1519 e il 1522. Kittredge, dal versante anglosassone, conta appena ventotto vittime in un secolo nel Massachusetts, mentre in Scozia le cifre furono molto più alte. La geografia della morte fu tutt’altro che uniforme: la stessa parola “strega” pesava in modo diverso a seconda del tribunale che la pronunciava.

Contava soprattutto chi teneva in mano il processo. Nel periodo più intenso, fra il 1560 e il 1660, la gran parte dei procedimenti si celebrò davanti a tribunali secolari, spesso periferici e privi di controllo centrale. Lì, ricordano Ankarloo e Clark in Witchcraft and Magic in Europe, il tasso di condanne saliva. Dove invece la stregoneria restò sotto la mano prudente dei grandi tribunali inquisitoriali, in Italia e in Spagna, le esecuzioni furono nettamente meno numerose. La furia cresceva quando a giudicare erano i vicini e i signori locali, non i tribunali più formati.

Il Medioevo non fu l’epoca dei roghi

Il dato storiografico più importante, e meno noto al grande pubblico, è che la caccia alle streghe non fu un fenomeno medievale. Nell’Alto Medioevo non esisteva una demonologia organica, e la credenza nelle streghe era scoraggiata dalla Chiesa. Il Canon Episcopi, redatto nel IX secolo, sosteneva che credere alle streghe volanti equivaleva a ricadere nel paganesimo. I sovrani carolingi punivano chi bruciava le presunte streghe, non le streghe stesse.

La persecuzione si sviluppò lentamente dopo il XII secolo, accelerò nel Trecento e nel Quattrocento con la crescente equiparazione fra stregoneria ed eresia, e toccò l’apice fra il 1550 e il 1650, in piena età moderna. George L. Burr, nelle sue Narratives, osserva che fu nel tardo Cinquecento e nel primo Seicento che “il panico e la persecuzione raggiunsero il culmine”, e che Italia, Spagna e Francia, colpite per prime, furono anche le prime a tornare alla ragione. Il Malleus Maleficarum, del 1486, segna convenzionalmente il passaggio dalla mentalità medievale alla furia dei secoli seguenti.

«…la caccia alle streghe non ebbe luogo durante il Medioevo: avvenne in epoca moderna, dopo l’invenzione della stampa e del capitalismo mercantile, dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Colombo, e soprattutto dopo la Riforma e la Controriforma…», James R. Lewis, Witchcraft Today

Attribuire i roghi al “Medioevo oscuro” è dunque un anacronismo. La caccia alle streghe è figlia del Rinascimento, della Riforma protestante e della Controriforma, non delle cattedrali romaniche e dei monasteri altomedievali. Se ti accosti oggi alla via magica, sapere questo ti restituisce le streghe del passato per quello che furono davvero, spogliate dalla leggenda che il cinema ha reso familiare.

Come nacque il mito del sabba

Il sabba, con il suo corteo di voli notturni, banchetti osceni e patti col diavolo, fu un mosaico costruito tardi. Kittredge, in Witchcraft in Old and New England, mostra come i trattatisti abbiano fuso le antiche cavalcate notturne del Canon Episcopi con gli stereotipi già usati contro le sette eretiche. Le assemblee segrete degli eretici, dai Manichei ai Catari, fino ai Valdesi del pieno Medioevo, erano descritte dai loro accusatori come orge di demonolatria e licenza: lo stesso repertorio d’accuse, poi, passò di peso sulle streghe.

Carlo Ginzburg, in Ecstasies, ritrova quel repertorio negli Errores composti nell’area alpina durante la persecuzione dei Valdesi: sacrificio rituale dei bambini, orge nascoste in cantine sotterranee. Nel resoconto irlandese del processo del 1324 contro Alice Kyteler, il vescovo Richard Ledrede raccoglie contro i Valdesi accuse ormai note, dal diavolo che appare in forma di gatto ai voli su bastoni fino ai raduni notturni. La strega volante che immaginiamo oggi nasce da questa lenta sovrapposizione: un’invenzione dei giudici e dei teologi, non un fatto storico. Se pratichi la via magica, riportare la strega alle sue radici documentate ti vale più di ogni leggenda.

Domande frequenti sulla strega nel Medioevo

Cosa facevano le streghe nel Medioevo?

Le donne accusate di stregoneria erano per lo più guaritrici, levatrici ed esperte di erbe. Preparavano decotti e unguenti, assistevano i parti, praticavano forme di magia popolare e divinazione. La “strega” capace di volare al sabba e di stringere patti col diavolo è invece una costruzione teologica, elaborata dai trattati di demonologia fra il XIV e il XV secolo. Nella realtà quotidiana, la maggior parte di queste donne svolgeva un ruolo utile e riconosciuto dalla propria comunità rurale.

Come si chiamavano le streghe nel Medioevo?

Il nome più antico è il latino strix (plurale striges o strigae), l’uccello notturno di malaugurio, da cui derivarono striga e stria. Nelle leggi longobarde comparivano anche i termini striga e masca. Nel Friuli si affermò la figura dei benandanti, che si dicevano avversari delle streghe. La parola cambiava con le regioni e le lingue, ma indicava sempre una donna ritenuta capace di magia dannosa, temuta e spesso emarginata dal resto del villaggio.

In che periodo storico c’erano le streghe?

La figura della strega attraversa tutta la storia, dall’antichità romana in poi. La grande caccia alle streghe, però, non appartiene al Medioevo: le persecuzioni di massa si concentrano in età moderna, fra il 1450 e il 1750, con l’apice fra il 1550 e il 1650. Nell’Alto Medioevo la Chiesa scoraggiava attivamente la credenza nelle streghe. Il Medioevo pose le basi teologiche e giuridiche della persecuzione, ma i roghi in massa vennero dopo, nei secoli del Rinascimento e della Riforma.

Come erano le streghe nel 1300?

Nel Trecento la percezione stava cambiando. La magia popolare, prima tollerata, veniva progressivamente riletta come patto col diavolo, per opera della nuova demonologia e dei decreti di papa Giovanni XXII. La strega del 1300 restava, nella vita reale, una donna comune del villaggio, spesso anziana e povera. Nella mente dei teologi, però, iniziava a trasformarsi nell’eretica alleata di Satana che i trattati del secolo successivo avrebbero descritto nei minimi particolari.

Quante streghe furono bruciate nel Medioevo?

La grande maggioranza delle esecuzioni avvenne in età moderna, non nel Medioevo. Le stime storiografiche più caute parlano di alcune decine di migliaia di vittime in tutta Europa nell’arco di tre secoli, con differenze enormi da regione a regione. La cifra dei “nove milioni”, ancora ripetuta, è priva di ogni fondamento documentale. In Italia, dove agiva l’Inquisizione romana con procedure più prudenti, il numero delle condanne capitali restò molto basso rispetto ai territori del centro Europa.

Fonti

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