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La ruta erba magica è una pianta di protezione, la più antica della stregoneria europea, l’erba che spezza il malocchio e respinge le fatture da oltre due millenni. Nome botanico Ruta graveolens, è un piccolo arbusto mediterraneo dal profumo forte e amaro, sacro alla stregoneria italiana e legato a Diana e Aradia. Nella nostra bottega la trattiamo come la trattavano le streghe di campagna e gli orafi napoletani della cimaruta: con rispetto e con misura. Qui trovi la sua identità botanica, la storia che la porta da Roma al focolare meridionale, le corrispondenze lette sugli erbari e sui grimori, gli usi rituali documentati e le cautele d’uso da rispettare. Niente promesse, nessun luccichio. Solo ciò che la tradizione ha tramandato.
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ToggleLa ruta è un piccolo arbusto perenne nativo dell’Europa meridionale, con foglie carnose di un verde-azzurro inconfondibile e fiori gialli che sbocciano in estate. Appartiene alla famiglia delle Rutaceae, la stessa degli agrumi. Lo registra anche Judy Ann Nock, nel suo The Modern Witchcraft Guide to Magickal Herbs (2019), che la descrive come arbusto perenne dell’Europa del Sud. Poche piante portano un’eredità di nomi tanto contraddittoria. Per i cristiani era l’erba della grazia, per le streghe la madre di tutte le erbe, per chi la temeva lo scaccia-streghe. Ti basta avvicinare il naso per riconoscerla: odore deciso, terroso, sgradevole per molti.
La ruta forma cespugli alti tra 40 e 90 cm, con foglie composte e bluastre, leggermente carnose, che restano verdi tutto l’anno nei climi miti. I fiori, gialli a quattro o cinque petali, compaiono tra giugno e settembre. Le foglie sono ricoperte di ghiandole oleifere visibili in controluce, che contengono i composti volatili responsabili del profumo penetrante e degli effetti, magici secondo la tradizione, irritanti secondo la chimica. La pianta è rustica e tollera bene la siccità. Cresce quasi ovunque trovi sole. Per questo è arrivata intatta dai giardini romani agli orti contadini di oggi, senza mai sparire dalle case di chi pratica.

Ruta graveolens (famiglia Rutaceae), nota anche come ruta comune. Tavola botanica realizzata dal professor Otto Wilhelm Thomé per l’opera Flora von Deutschland, Österreich und der Schweiz, pubblicata a Gera nel 1885. Scansione di Kurt Stueber (biolib.de). Immagine di pubblico dominio, disponibile su Wikimedia Commons.
Scott Cunningham, nella sua Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985), elenca per la ruta una collana di nomi popolari: erba della grazia, madre di tutte le erbe, Garden Rue, Herbygrass, e perfino il copto Bashoush. Il nome erba della grazia (in inglese herb of grace) nasce dall’uso liturgico cristiano: i sacerdoti ne legavano rametti per aspergere l’acqua benedetta. Judy Ann Nock, nel The Modern Witchcraft Guide to Magickal Herbs (2019), ricorda invece il nome opposto, scaccia-streghe (witchbane), perché i primi cristiani la usavano come difesa contro le streghe. Le praticanti, al contrario, la chiamavano madre di tutte le erbe, antenata vegetale di ogni pianta protettiva.
L’ambiguità non è un caso. Per la Chiesa medievale la ruta era benedetta perché teneva lontano il male, streghe comprese. Per le streghe stesse era una delle erbe più potenti del repertorio, capace di rompere malocchi e fatture. Stesso oggetto, due cosmologie. Il nome scaccia-streghe nasce dallo sguardo clericale, mentre madre di tutte le erbe viene dalle praticanti popolari, che la ponevano alla radice di ogni difesa vegetale. La ruta vive in questa frizione da duemila anni. Ed è arrivata fino a noi proprio perché entrambe le parti la ritenevano indispensabile.

Ruta graveolens (famiglia Rutaceae), in tedesco Wein-Raute, fotografata nella regione di Primorska, a nord di Podgorje (Slovenia), il 7 giugno 2012. Autore: Franz Xaver. Immagine pubblicata su Wikimedia Commons sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0).
Per capire il peso della ruta nella tradizione europea bisogna seguirla lungo tre epoche: la Roma sacra, il cristianesimo medievale, la Stregheria italiana. Il filo è sempre lo stesso, la protezione attiva contro le influenze nocive. Cambia solo la cornice culturale che la legge. D.J. Conway, in A Little Book of Altar Magic (2000), riassume bene la radice classica dell’uso e l’origine del nome stesso della pianta.
“…la ruta veniva sparsa sui pavimenti per il suo odore, un’usanza iniziata dai greci e dai romani, che credevano desse protezione dagli spiriti maligni…”, D.J. Conway, A Little Book of Altar Magic
Nel mondo antico la ruta era già pianta di difesa, non solo aroma da dispensa. D.J. Conway, in A Little Book of Altar Magic (2000), fa derivare il suo nome dal greco reuo, cioè liberare, e ne attribuisce l’uso protettivo a greci e romani. Richard Folkard, nel suo Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), raccoglie credenze popolari italiane in cui la ruta difende dal malocchio e dalla stregoneria. La pianta entra così nella nostra storia come erba apotropaica, capace di allontanare il male. Una funzione che, nella mentalità antica, conviveva senza problemi con quella curativa.
Nel Medioevo la ruta entra in chiesa e in casa come pianta a doppio uso. Durante la messa i sacerdoti legavano rametti di ruta per spruzzare l’acqua benedetta sui fedeli, gesto da cui nasce il nome di erba della grazia. Karen Harrison, nel suo The Herbal Alchemist’s Handbook (2011), conferma l’uso dei ramoscelli per aspergere l’acqua santa. Era anche un’erba da spargere (strewing herb), distribuita sul pavimento delle abitazioni perché l’odore forte teneva lontani insetti e influenze cattive. La funzione devozionale e quella domestica si tenevano per mano. La ruta scaccia, e basta.
Nella stregoneria italiana popolare, la Stregheria, la ruta è una delle erbe più sacre, legata a Diana e a sua figlia Aradia. Charles Godfrey Leland, nel suo Aradia, or the Gospel of the Witches (1899), raccolse in Toscana il culto di Diana come madre delle streghe e descrisse la strega italiana come figura che eredita l’arte di generazione in generazione. Raymond Buckland, nel The Witch Book (2002), ricostruisce come le streghe, le streghe della Vecchia Religione, abbiano tramandato gli antichi culti dai tempi romani. Nel Sud Italia la ruta resta l’erba principale contro il malocchio, appesa in mazzetti sopra la porta e impiegata nella Benedicaria, il filone devozionale della magia mediterranea.
Le corrispondenze della ruta partono da un punto su cui le fonti litigano apertamente: il pianeta che la governa. È raro per un’erba, e proprio per questo prezioso. Dove l’alloro ha un solo Sole, la ruta ne ha tre padroni possibili. La tabella raccoglie le corrispondenze confermate dagli autori, con la fonte storica in testa a ogni voce.
| Ambito | Affinità | Fonte |
|---|---|---|
| Pianeta | Marte (prevalente); Sole e Saturno per altre fonti | Nicholas Culpeper, The Complete Herbal (1653, Sole); Scott Cunningham, Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985, Marte); Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013, Marte e Saturno) |
| Elemento | Fuoco | Scott Cunningham, Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985); Paige Vanderbeck, Green Witchcraft (2020) |
| Segno | Leone | Nicholas Culpeper, The Complete Herbal (1653); Richard Folkard, Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884); Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013) |
| Genere | maschile | Scott Cunningham, Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985); Patti Wigington, Herb Magic (2020) |
| Divinità | Diana e Aradia | Scott Cunningham, Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985); Ellen Dugan, Herb Magic for Beginners (2006) |
| Tarocco | La Torre | Sandra Kynes, Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013) |
| Chakra | radice e terzo occhio | Paige Vanderbeck, Green Witchcraft (2020) |
Sul pianeta che governa la ruta le fonti non concordano, e vale la pena seguirle una per una. La maggioranza la assegna a Marte: lo fanno Scott Cunningham, nella Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985), Ellen Dugan, in Herb Magic for Beginners (2006), e Patti Wigington, in Herb Magic (2020), in linea con la sua natura ardente e difensiva. Gli astrologi antichi la leggevano però sotto il Sole: Nicholas Culpeper, nel suo The Complete Herbal (1653), scrive che è erba del Sole sotto il Leone, e Richard Folkard, in Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), riporta la stessa lettura. Sandra Kynes, nel Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), aggiunge Saturno accanto a Marte. Tre padroni, una sola pianta. Scegli quello che parla al tuo lavoro.
Sul resto le fonti si ricompattano. L’elemento è il Fuoco per Scott Cunningham, nella Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985), e per Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), anche se Karen Harrison, nel The Herbal Alchemist’s Handbook (2011), accosta l’Aria. Il segno è il Leone, su cui Nicholas Culpeper (1653) e Sandra Kynes (2013) si trovano d’accordo. Il genere magico è maschile, attivo e diurno. Sandra Kynes, nel Llewellyn’s Complete Book of Correspondences (2013), le assegna anche un tarocco netto, La Torre, la carta che abbatte ciò che va abbattuto. Una corrispondenza che dice molto sul carattere della pianta.
Le fonti magiche concordano su un nucleo preciso di funzioni della ruta. Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), le elenca in fila: protezione, definizione di confini, visioni, rottura di fatture, allontanamento di entità spirituali, potere psichico. Coprono il piano fisico, emotivo e spirituale insieme. Per questo la ruta è un’erba di difesa a tutto raggio, la prima da prendere in mano quando il lavoro è di protezione.
Nelle tradizioni popolari italiane la ruta è il rimedio più antico contro il malocchio, la maledizione trasmessa dallo sguardo invidioso. Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), la definisce la difesa principale contro il malocchio nella magia popolare italiana. Richard Folkard, in Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), riporta che in alcune zone d’Italia la ruta protegge dallo sguardo storto e dalla stregoneria. La pianta agisce per principio apotropaico: la sua presenza scaccia. Il principio non si misura in laboratorio, è chiaro. Funziona dentro la cornice culturale che lo riconosce, e lì ha retto senza scalfitture per duemila anni.
La rottura di fatture (in inglese hex breaking) è una delle funzioni più documentate della ruta. Scott Cunningham, nella Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985), spiega che la ruta aggiunta ai bagni spezza fatture e maledizioni, e che entra negli incensi di esorcismo. Patti Wigington, in Herb Magic (2020), suggerisce di appendere la ruta intorno alla proprietà per tenere fuori la magia ostile e di spargere le foglie sui pavimenti per rimandare al mittente gli incantesimi negativi. Ellen Dugan, in Herb Magic for Beginners (2006), conferma che in magia delle erbe la ruta rompe ogni fattura, malocchio o maledizione. Tre tecniche, una stessa pianta, le stesse case da generazioni.
Oltre alla difesa, la ruta apre la veggenza. Judy Ann Nock, nel The Modern Witchcraft Guide to Magickal Herbs (2019), la lega al potenziamento delle facoltà psichiche e della creatività. Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), la collega al chakra del terzo occhio per le visioni e a quello della radice per il radicamento. Scott Cunningham, nella Cunningham’s Encyclopedia of Magical Herbs (1985), aggiunge che la ruta fresca, annusata, schiarisce la mente. Nei lavori divinatori se ne tiene un sacchetto vicino allo strumento, lo specchio nero o i tarocchi. La ruta accompagna, non sostituisce, le competenze di chi pratica.
La ruta si presta a quattro modi d’uso ricorrenti nelle fonti di stregoneria verde e di magia popolare italiana: il mazzetto da appendere, la fumigazione, il bagno rituale con asperges, lo spargimento delle foglie essiccate. Le quattro vie non si escludono. Una famiglia del Sud teneva il mazzetto sopra la porta, la ruta essiccata nel barattolo e qualche foglia per le urgenze. Tutto insieme, senza contraddizioni.
Il mazzetto sopra la porta è il rituale più semplice con la ruta. Si raccolgono cinque o sei rametti freschi, lunghi una quindicina di centimetri, e si legano con spago naturale di canapa o lino, mai sintetico. Il mazzetto va appeso a testa in giù sopra la porta principale, perché la protezione scenda verso chi entra in casa. Patti Wigington, in Herb Magic (2020), descrive proprio l’uso della ruta appesa intorno alla casa per tenere fuori la magia malevola. Si lascia per dodici mesi, poi si brucia o si restituisce alla terra e si sostituisce.
La ruta si brucia su un disco di carbone vegetale, dentro un contenitore resistente al calore. Si prende un piccolo mazzetto di foglie essiccate e lo si appoggia sul carbone già acceso. Il fumo è denso e dall’odore deciso, che non a tutti piace. Per la pulizia rituale si parte dalla porta d’ingresso e si procede in senso orario lungo il perimetro di ogni stanza. Il senso del giro non è secondario. Karen Harrison, nel The Herbal Alchemist’s Handbook (2011), ricorda anche un suffumigio diverso: coprire un oggetto con la ruta e lasciarlo riposare tre giorni, perché l’erba ne assorba l’energia fuori equilibrio.
Il bagno rituale prevede un infuso forte: una manciata di foglie essiccate bollite in un litro d’acqua per dieci minuti. L’infuso filtrato si versa nell’acqua del bagno, mai sulla pelle, perché la pianta è fototossica. Ci si immerge fino al collo, lasciando che lavori. Per gli asperges, eredità del rituale medievale cristiano, si lega un mazzetto di rami freschi e lo si usa per spruzzare acqua benedetta su una persona, un oggetto, una stanza. È lo stesso gesto del sacerdote, riportato dentro la pratica magica domestica.
La raccolta si fa in piena estate, quando i fiori sono aperti e gli oli nelle foglie sono al massimo. Si tagliano i rametti di prima mattina, con i guanti, dopo che la rugiada si è asciugata. Si legano piccoli mazzetti e si appendono a testa in giù in un luogo asciutto, ventilato e al buio, per quattro o sei settimane. Quando le foglie scricchiolano sotto le dita, la ruta è pronta. Si conserva in barattoli di vetro scuro, etichettati. Un anno è la durata utile.
La cimaruta è uno degli amuleti più antichi della tradizione magica italiana, documentato nei laboratori orafi di Napoli. Si pronuncia chi-ma-rù-ta, dal napoletano cima ‘e ruta, cioè cima della ruta. È un ciondolo in argento che riproduce un rametto stilizzato della pianta, dalle cui ramificazioni pendono piccoli simboli protettivi. La sua antichità è notevole. Frederick Thomas Elworthy, nel suo studio The Evil Eye (1895), gli attribuisce radici remotissime.
“…il rametto di ruta è uno dei più antichi amuleti esistenti; possiamo tranquillamente attribuirgli un’origine etrusca o protofenicia…”, Frederick Thomas Elworthy, The Evil Eye
La cimaruta nasce nell’area napoletana e si diffonde nel Sud Italia, con varianti in Sicilia, Calabria e Campania, sempre come amuleto contro il malocchio. La forma è un rametto trifido di ruta, perché il numero tre è sacro nelle tradizioni magico-religiose mediterranee. Frederick Thomas Elworthy, in The Evil Eye (1895), nota che la cimaruta era sempre d’argento, e che da rametto antichissimo si è arricchita nei secoli di nuovi simboli. Si porta al collo, si appende alla culla dei neonati, si fissa sopra la porta. Lo scopo è uno solo, la difesa.
Ogni simbolo della cimaruta ha una funzione. La luna crescente richiama la guida divina e l’intuizione, nella sua valenza femminile e iniziatica. La mano è il gesto che blocca, ferma le maledizioni e respinge chi vuole nuocere. Raven Grimassi, in Old World Witchcraft (2011), legge la mano sulla cimaruta come segno proprio della stregoneria, accanto ai gesti popolari come la mano cornuta. L’occhio è la difesa specifica contro il malocchio, perché capovolge lo sguardo invidioso. La chiave antica apre invece le porte buone, perché la protezione non isoli chi la porta dal flusso della vita.
Una versione domestica della cimaruta è il sacchetto rituale (in inglese charm bag) di flanella rossa, nera o blu cobalto. Si aggiungono due pizzichi di ruta essiccata, un pizzico di rosmarino per gli antenati, un pizzico di verbena per la protezione nei legami. Si inseriscono tre ciondoli: luna crescente, mano, nazar. Si lega con spago di canapa avvolto tre volte attorno alla bocca del sacchetto. Lo si compone il sabato sera in cucina, luogo di potere nella magia popolare italiana. Tre erbe, tre simboli, una difesa portatile.
Nei rituali tradizionali la ruta lavora raramente da sola. Si abbina a tre erbe ricorrenti: rosmarino per il legame con gli antenati, verbena (Verbena officinalis) per consolidare la protezione nei legami, lavanda per trasformare le energie negative. La ruta resta la base, le compagne ne orientano la direzione. Le formule sono consolidate, non improvvisate.
La combinazione di ruta, rosmarino e verbena è la formula classica del sacchetto della cimaruta e delle sue varianti siciliane e calabresi. Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), cita proprio la miscela di ruta, rosmarino e verbena essiccati per i lavori di protezione. La ruta porta la difesa generale, il rosmarino richiama gli antenati, la verbena rafforza i legami che vanno protetti. Le proporzioni tramandate sono semplici: un cucchiaio di ruta, mezzo di rosmarino, mezzo di verbena. Si miscelano a secco nel mortaio e si conservano in un sacchetto di cotone.
La coppia ruta e lavanda compare nei lavori di trasformazione, quando si vuole convertire un’energia pesante in qualcosa di sereno. Ellen Dugan, in Herb Magic for Beginners (2006), le accosta in un distico in cui ruta e lavanda portano insieme protezione e schiariscono l’aria. La ruta protegge e spezza il legame con la situazione difficile, la lavanda accompagna la rinascita. Una ricetta diffusa nella stregoneria verde prevede una candela bianca, qualche rametto di ruta e una manciata di gemme di lavanda, per sette giorni consecutivi. È un lavoro lento, da pianificare con calma.
Se la ruta non è reperibile, le fonti tradizionali indicano alcune alternative protettive. Richard Folkard, in Plant Lore, Legends, and Lyrics (1884), riporta una tradizione tirolese in cui ruta, scopa rituale (broom), agrimonia, capelvenere ed edera terrestre, legate in un solo fascetto, davano a chi le portava la capacità di riconoscere le streghe. Erbe come iperico e artemisia condividono parte delle funzioni protettive della ruta. Per la rottura di fatture, sale grosso e ferro restano il rinforzo non vegetale più affidabile. La ruta vera, però, resta insostituibile per la cimaruta.
Va detto prima di toccarla: la ruta non è un’erba neutra. Contiene furanocumarine e composti che possono dare reazioni serie. Le fonti magiche e quelle botaniche concordano su tre rischi: tossicità per ingestione, fotosensibilizzazione cutanea, azione abortiva. Nulla di tutto questo cancella la sua utilità rituale. Va maneggiata con consapevolezza, non con leggerezza.
La ruta è tossica per ingestione e ha effetti abortivi documentati. Non va mai assunta per via interna, in nessuna forma, e va tenuta del tutto fuori dalla portata di chi è in gravidanza o allatta. Le stesse proprietà che la rendono pericolosa da ingerire sono quelle che la tradizione le riconosceva come pianta di forza. Per l’uso magico esterno, il mazzetto, la fumigazione, gli asperges con i guanti, la pianta è gestibile in sicurezza. In caso di dubbio, parla con un medico o un erborista qualificato. Qui ci occupiamo del suo lato rituale, non di salute.
Le foglie sono ricoperte di ghiandole che contengono furanocumarine, sostanze che reagiscono alla luce solare. Se tocchi la pianta a mani nude e poi esponi la pelle al sole, puoi sviluppare una dermatite da contatto fototossica, con bruciore, arrossamento e bolle anche giorni dopo. Lo stesso effetto vale per altre piante della famiglia delle Rutaceae. Il rischio è concreto in piena estate. Lava sempre le mani dopo aver maneggiato la ruta e tieni il succo lontano da occhi, bocca e mucose. Non sottovalutarlo.
La regola di base con la ruta è una: guanti da giardinaggio sempre, sia che raccolga la pianta fresca, sia che maneggi quella essiccata in quantità. Tieni bambini e animali lontani dalla pianta in vaso. Conserva la ruta essiccata in barattoli chiusi ed etichettati. Non bruciarla in spazi chiusi senza ventilazione, perché il fumo è denso e irrita le vie respiratorie. La cautela non toglie nulla alla magia della ruta. Semmai le aggiunge il rispetto che una pianta così antica si merita.
Sì, la ruta è una pianta tossica per ingestione e ha effetti abortivi documentati. Le foglie contengono furanocumarine che possono causare dermatiti da contatto fototossiche se la pelle, dopo aver toccato la pianta, viene esposta al sole. Va sempre maneggiata con guanti da giardinaggio e tenuta lontano da bambini e animali. Per l’uso magico esterno, come il mazzetto, la fumigazione e gli asperges, la ruta è sicura se rispetti le cautele. Mai per ingestione fai-da-te, in nessun caso.
Contro il malocchio la ruta si usa appesa a mazzetti sopra la porta, bruciata come incenso o portata in un amuleto come la cimaruta. Nella magia popolare italiana è la difesa principale contro lo sguardo invidioso, come riporta Paige Vanderbeck in Green Witchcraft (2020). Si spargono anche le foglie essiccate sui pavimenti per rimandare l’energia negativa al mittente. Il principio è apotropaico: la presenza della pianta scaccia. Si lavora di norma di sabato, giorno legato ai lavori di protezione e di confine.
La cimaruta è un amuleto napoletano in argento a forma di rametto stilizzato di ruta, dai cui rami pendono simboli protettivi come luna crescente, mano, occhio e chiave. Si porta al collo, si appende alla culla dei neonati o sopra la porta di casa, sempre contro il malocchio. Frederick Thomas Elworthy, nel suo The Evil Eye (1895), la considera uno degli amuleti più antichi d’Europa, di probabile origine etrusca. Esiste anche una versione domestica come sacchetto rituale di flanella con ruta, rosmarino e verbena.
La ruta si essicca raccogliendo i rametti in piena estate, di prima mattina e con i guanti, dopo che la rugiada si è asciugata. Si legano piccoli mazzetti e si appendono a testa in giù in un luogo asciutto, ventilato e al buio, per quattro o sei settimane. La ruta è pronta quando le foglie scricchiolano sotto le dita. Si conserva poi in barattoli di vetro scuro, etichettati, per circa un anno. L’essiccazione concentra il profumo e prepara la pianta agli usi rituali.
La ruta si abbina soprattutto a rosmarino, verbena e lavanda. La trinità di ruta, rosmarino e verbena è la formula base del sacchetto della cimaruta, citata anche da Paige Vanderbeck in Green Witchcraft (2020). La coppia ruta e lavanda compare invece nei lavori di trasformazione, come ricorda Ellen Dugan in Herb Magic for Beginners (2006). Tra gli elementi non vegetali, sale grosso e ferro restano i rinforzi più affidabili per la rottura di fatture. La ruta resta sempre la base della miscela.
Nella stregoneria la ruta serve soprattutto a proteggere, spezzare fatture e malocchi, definire confini e aprire le visioni. Paige Vanderbeck, in Green Witchcraft (2020), ne elenca le energie: protezione, confini, visioni, rottura di maledizioni, allontanamento di entità e potere psichico. Nella tradizione italiana è l’erba principale contro il malocchio, legata a Diana e Aradia. Si usa fresca o essiccata in mazzetti, fumigazioni, bagni rituali e amuleti come la cimaruta. È un’erba di difesa attiva, prima di ogni altra cosa.
Nota: i contenuti hanno scopo informativo e culturale. Non costituiscono consulenza medica o legale.
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Serena De Luca, nata a Messina, é una scrittrice italiana di esoterismo, appassionata di occultismo e stregoneria fin da giovane. Colleziona antichi grimori e oggetti d’antiquariato legati alla stregoneria. I suoi libri trattano rituali magici, divinazione e uso delle erbe magiche, unendo elementi storici e pratiche moderne.